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Ipazia

Domina

Ipazia, figlia del matematico e filosofo Teone, nacque ad Alessandria d’Egitto nel 370 d.C. È stata una matematica, oratrice, filosofa, scienziata, astronoma e influente politica. Era figlia d’arte: infatti, il padre Teone è l’autore del “Commentario all’Almagesto di Tolomeo”, considerato uno dei migliori lavori di astronomia della scuola di Alessandria. Anche Ipazia scrisse varie opere di matematica e astronomia, oltre che di filosofia neoplatonica. Per le sue innumerevoli doti, ella è conosciuta come la Regina della conoscenza e della sapienza.

Nel corso della sua vita, inizialmente si dedicò a tempo pieno al sapere matematico, geometrico e astronomico; in seguito, insoddisfatta dalla sua conoscenza delle scienze matematiche, volle dedicarsi allo studio della filosofia. Così scoprì di essere nata per esporre il suo pensiero in pubblico, tanto che il centro della sua città natale divenne la sua seconda casa, insieme alla biblioteca. Indossando l’imatio (chiamato “tribon” dai greci), ovvero il mantello del filosofo, Ipazia commentava nelle piazze i lavori di Platone, Aristotele e di altri filosofi per chiunque avesse il piacere di ascoltarla. Damascio, uno degli ultimi filosofi neoplatonici, disse che era “così articolata ed eloquente nel parlare, come prudente e civile nei suoi atti”. Tutta la città la amava e le autorità la consultavano spesso sulle questioni pubbliche. I suoi successi nella letteratura e nella scienza hanno superato di gran lunga tutti i filosofi dei suoi tempi; questa è un’informazione che proviene da altre fonti, essendo che nessuno degli scritti di Ipazia è pervenuto fino ai giorni nostri. Rimangono solo frammenti di scritti, mentre una porzione del suo tratto originale sul Canone Astronomico di Diofanto è stato trovato nel XV secolo nella biblioteca del Vaticano.

Dopo l’Editto di Tessalonica, con il quale il Cristianesimo era diventata la sola religione ammessa nell’Impero, la successiva legislazione emanata da Teodosio era stata indirizzata a smantellare ogni forma di culto pagano. Tra il 391-392 d.C., ci fu una ondata di violenze nei confronti delle popolazioni pagane e dei loro culti e gli eventi più violenti avvennero proprio ad Alessandria d’Egitto.

Fu così che molte donne dovettero pagare con la propria vita la passione per il sapere, come se la loro sete di conoscenza fosse qualcosa di cui vergognarsi. L’invidia nei confronti di Ipazia e della sua intelligenza, spinse il vescovo Cirillo a provocarne la morte. La sua fine fu atroce: fu spogliata nuda e dilaniata con cocci aguzzi, trascinata nella chiesa Ceserio (che prendeva il nome dall’imperatore Cesare) dove le furono cavati gli occhi, i resti del suo corpo furono sparsi per la città e dati alle fiamme da fanatici cristiani chiamati “parabalani”. Il tutto fu realizzato su ordine di Cirillo che, in seguito, fu proclamato santo. Da allora Ipazia è diventata un simbolo, un’icona, il cui assassinio rimase impunito.

La prima opera interamente consacrata alla difesa di Ipazia ha preso vita in Inghilterra, dove il libero pensatore John Toland le aveva dedicato nel 1720 un saggio intitolato “Ipazia. Donna colta e bellissima fatta a pezzi dal clero”. Secondo lo scrittore, si trattava della storia di una dama molto bella, virtuosa, istruita e perfetta sotto ogni riguardo, che venne fatta a pezzi dal Clero di Alessandria per compiacere l’orgoglio, l’emulazione e la crudeltà del loro Vescovo comunemente ma immeritatamente denominato “San” Cirillo.

In ambito accademico, Silvia Ronchey, una professoressa di Filologia classica e Civiltà bizantina dell’Università di Siena, risulta essere una delle massime studiose di Ipazia, tanto da aver scritto il libro “Ipazia. La vera Storia”.

Dal punto di vista artistico, nelle stanze vaticane, nell’affresco “La scuola d’Atene”, Ipazia è l’unica donna rappresentata tra tutti i filosofi uomini.

Oggigiorno, Ipazia viene ricordata soprattutto come martire del libero pensiero.


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    Suela Gjoni

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