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Hannah Arendt: Il pensiero indipendente

Domina

Capire e descrivere la personalità di Hannah Arendt è una sfida: la sua indipendenza di pensiero l’ha allontanata da categorizzazioni e semplicismi per tutta la vita.

Per certo, Hannah Arendt è stata una figura chiave del Novecento: una studiosa tedesca di origini ebraiche, costretta all’esilio durante la Seconda Guerra Mondiale – prima in Francia e poi negli Stati Uniti – e apolide fino all’acquisizione della cittadinanza statunitense nel 1951.

Nata a Hannover nel 1906 e cresciuta a Königsberg (città natale di Immanuel Kant) e Berlino, Hannah Arendt fu studentessa presso la facoltà di Filosofia dell’Università di Marburgo. Qui strinse un intenso legame sentimentale con il filosofo e maestro Martin Heidegger - già marito e padre, da cui prese le distanze anche per le accuse di nazismo a suo carico; nonostante ciò, la Arendt testimoniò a suo favore durante un processo.

Nel corso della sua vita, la donna dovette scappare dalla Germania nazista e, in seguito all’occupazione tedesca della Francia durante la Seconda Guerra Mondiale, venne rinchiusa in un campo d’internamento, per essere poi rilasciata e ottenere un visto per gli Stati Uniti.

Hannah Arendt si sposò due volte, la seconda con il suo grande amore Heinrich Blücher, poeta e filosofo tedesco. La sua carriera accademica cominciò nel 1957: ottenne insegnamenti presso le Università di Berkeley, Columbia, Princeton e dal 1967 anche alla New School for Social Research di New York. Morì nel 1975 per un attacco cardiaco.

Molti la considerano una delle filosofe più influenti del secolo scorso, anche se lei si definì sempre una teorica della politica. In un’intervista del 1964 per il programma televisivo tedesco Zur Person, infatti, Hannah Arendt ha sostenuto l’esistenza di una tensione tra filosofia e politica, tra l’uomo come essere pensante e l’uomo come essere agente.

Hannah Arendt è stata la prima donna a scrivere un saggio sul totalitarismo. La sua opera, Le origini del totalitarismo (1951), è forse la trattazione più completa sul tema: nel libro, l’autrice sostiene che alla base del dominio totale ci siano l’alienazione e la riduzione dell’uomo a una macchina.

Un’altra sua opera importante è Vita activa. La condizione umana (1958). In questo volume è presentata la distinzione tra il “che cosa” e il “chi” di una persona. Il “che cosa” di una persona consiste in ciò che quell’individuo produce, fa, dice. Il “chi”, invece, racconta il modo in cui questa interagisce con gli altri e quindi la sua vita di relazione. La Arendt presentò così una delle sue tesi fondamentali: la forma più elevata di agire non è il fare produttivo, ma l’agire politico – di relazione.

L’opera più conosciuta e rivoluzionaria di Hannah Arendt, infine, è La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (1963). Quest’ultima è stata il frutto di una delle fasi più importanti e controverse della carriera dell’autrice, che dal 1960 al 1962 seguì come inviata del New Yorker l’intero processo a Otto Adolf Eichmann - un criminale nazista, considerato uno dei responsabili dello sterminio di milioni di ebrei. Si trattò del primo processo per “crimini contro l’umanità”; i resoconti e il libro stesso suscitarono numerose critiche per due principali motivi:

  • Hannah Arendt constatò una disarmante assenza di pensiero – e quindi di coscienza - in Eichmann, che infatti si difese sempre sostenendo di aver “solo eseguito gli ordini”; sulla base di ciò, molti la accusarono di averlo decolpevolizzato, relegandolo alla figura di burocrate.
  • La donna introdusse la questione della responsabilità dei capi ebraici nelle deportazioni; alcuni interpretarono simili considerazioni come colpevolizzazioni delle vittime.

In seguito alle disapprovazioni dell’opinione pubblica e in risposta ad una lettera indirizzatale da Gershom Scholem, filosofo israeliano, Hannah Arendt decise di raccontarsi così: “La verità è che io non ho mai avuto la pretesa di essere qualcosa d’altro o diversa da quello che sono, né ho mai avuto la tentazione di esserlo. […] ho sempre considerato la mia ebraicità come uno di quei fatti indiscutibili della mia vita, che non ho mai desiderato cambiare o ripudiare. […] Ciò che ti confonde è che le mie argomentazioni e il mio metodo sono diversi da quelli cui tu sei abituato; in altre parole, il guaio è che sono indipendente. […]”

Hannah Arendt provò a comprendere il mondo intorno a sé, anche a costo di sopportare pesanti critiche. “Siamo contemporanei fin dove arriva la nostra comprensione. Se vogliamo sentirci a casa in questo mondo, anche al prezzo di sentirci a casa in questo secolo, dobbiamo cercare di partecipare al dialogo interminabile con l’essenza del totalitarismo.”


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  • L'Autore

    Rebecca Scaglia

    Studentessa di Giurisprudenza al terzo anno, aspirante avvocato. Interessata alla tutela e difesa dei diritti della persona umana. Pienamente convinta che ognuno di noi abbia un grande potere, ossia di saper fare la differenza.

    Third year law student, aspiring lawyer. Interesed in protection of human rights. Fully convinced that everyone has a strong power, which is to know how to make the difference.

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