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Dal cuore del Mediterraneo ai mari d'Oriente

La storia secolare che unisce Italia e Giappone

Quella che lega due paesi molto distanti tra loro come Italia e Giappone è una storia fatta di curiosità reciproca, vivace interesse e amore incondizionato per la propria cultura. Entrambe queste realtà, apparentemente così diverse, da secoli hanno trovato terreno fertile nel reciproco patrimonio intellettuale, artistico e storico, riducendo sempre di più ogni tipo di distanza. Il Giappone è tra le mete turistiche più amate dagli italiani, che ne studiano con passione anche la lingua e le tradizioni. L’enorme influenza esercitata dalla cultura giapponese sul mondo dal secondo dopoguerra ad oggi[1] è visibile in numerosi settori a noi italiani molto familiari: cinema, letteratura, cucina, arte e innovazione.

Settori in cui anche l’Italia eccelle da sempre ed è per questo apprezzata all’estero; soprattutto tra il pubblico giapponese. Il successo del marchio Made in Italy è stato ambasciatore dei nostri punti di forza più amati, che attraverso le epoche hanno saputo unire tradizione e modernità. Un risultato condiviso da Italia e Giappone, che negli ultimi due secoli hanno percorso strade diverse ma parallele. Attraversate da profonde (e dolorose) trasformazioni tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, hanno entrambe trovato la forza di rinnovarsi ancora una volta, proiettandosi con successo nella cosiddetta "Età dell’oro" successiva alla Seconda Guerra Mondiale. I rispettivi boom economici avvicinarono ancor di più Roma e Tokyo, permettendo alle nuove generazioni un livello di interazione reciproca mai visto prima di allora.

Il successo di questa amicizia tra due popoli con un glorioso passato tutto da scoprire è testimoniato dai numerosi istituti di cultura, corsi universitari e realtà affini che promuovo lo studio della cultura italiana in Giappone e di quella giapponese in Italia. Le relazioni diplomatiche reciproche si contraddistinguono per stabilità e sincera stima. Numerosi sono gli accordi politici e commerciali regolarmente stipulati e condivisi tra le due nazioni. L’inizio delle relazioni ufficiali tra Italia e Giappone, si fa risalire al Trattato di amicizia e commercio del 25 agosto 1866. Ratificato a Edo (l’attuale Tokyo), nel suo primo articolo è contenuto un augurio di “pace perpetua ed amicizia costante tra Sua maestà il Re d’Italia e Sua maestà il Taicun[2], i loro eredi e successori”. La firma del trattato diede inizio ad una proficua collaborazione sia sul piano commerciale che culturale, ancora oggi molto forte. Erano gli ultimi anni del lungo e glorioso periodo Edo (1603-1868), passato alla storia per l’ininterrotto potere esercitato dalla famiglia Tokugawa, dinastia di potenti shōgun[3]. L’Italia fu una delle diverse nazioni straniere con cui il Giappone stipulò trattati in quel periodo, contrassegnato dalla fine dell’autoisolamento secolare e dalla riapertura delle frontiere[4].

In realtà, i rapporti tra Italia e Giappone erano iniziati molto prima, con testimonianze dei primi contatti risalenti al XVI secolo. Tra questi, uno dei più interessanti fu l’avventuroso viaggio della celebre ambasciata Tenshō. Si trattava della prima missione diplomatica giapponese inviata in Europa, partita da Nagasaki nel 1582, visitò Portogallo, Spagna e Italia. Giunta a Roma nel 1585, la delegazione[5] fu ricevuta con tutti gli onori sia da papa Gregorio XIII che dal suo successore Sisto V. Il comandante della spedizione, il giovane Itō Mancio, fu persino ritratto dal Tintoretto. Un’altra importante delegazione giapponese giunse in Europa nell’autunno del 1614, visitando Spagna, Francia e Italia. Tra i suoi membri vi era anche il samurai Hasekura Tsunenaga, famoso esploratore che agli inizi di quello stesso anno era giunto in Messico attraversando il Pacifico. L’ambasciata arrivò in Italia nel 1615 e fu ricevuta da papa Paolo V; in seguito Hasekura ricevette la cittadinanza onoraria di Roma. Nel porto di Civitavecchia, dove sbarcò il samurai esploratore, è statua inaugurata una statua in suo onore nel 1991, in occasione del ventennale del gemellaggio tra la città laziale e Ishinomaki, luogo di partenza di Hasekura.

Il periodo a cui risale il Trattato di amicizia del 1866 fu per entrambi i paesi ricco di cambiamenti. Italia e Giappone stavano vivendo parallelamente una trasformazione sociale e politica che ne avrebbe cambiato per sempre il corso della storia. Erano passati pochi anni dalla proclamazione del Regno d’Italia (1861), ma la nuova realtà doveva ancora trovare una sua stabilità. Infatti, poco prima della firma del Trattato di Edo del 1866, si era conclusa la Terza guerra d’indipendenza combattuta dall’Italia contro l’Impero austriaco. Dall'altra parte, in Giappone si stava per chiudere l’era dello shōgunato e stava per aprirsi quella della Restaurazione Meiji, che porterà alla restaurazione del potere imperiale. Il periodo Meiji (1868-1912) passerà alla storia per il rinnovamento sociale e culturale che trasformerà la società giapponese da feudale a moderna; in questa fase si vivrà un intenso avvicinamento del Giappone alla cultura occidentale (che a sua volta ne resterà folgorata).

Con l’avvio delle relazioni ufficiali, il primo gennaio del 1867 (quando entrò in vigore il Trattato) gli scambi non solo commerciali, ma soprattutto culturali, si intensificarono molto. Nel 1876, su invito del governo di Tokyo (nuovo nome della città di Edo dal 1868) giunsero in Giappone tre artisti italiani: Antonio Fontanesi, Vincenzo Ragusa e Giovanni Vincenzo Cappelletti. Il pittore, lo scultore e l’architetto ebbero un ruolo cruciale nel rinnovamento artistico voluto dall’imperatore Mutsuhito nell’ambito della restaurazione Meiji. L’arte e la cultura italiana rappresentavano per la nuova società giapponese un interessante modello di riferimento, cosicché i tre maestri poterono condividere con il paese ospitante tecniche e conoscenze, influenzandosi reciprocamente. La giovane modella e pittrice Kiyohara Tama si traferì in Italia nel 1882 proprio al seguito dello scultore Vincenzo Ragusa, che sposerà diversi anni dopo. Durante la sua esperienza italiana vissuta a Palermo[6], Kiyohara produsse diverse opere sia come pittrice che come illustratrice; molte di queste sono tuttora conservate nel capoluogo siciliano. Quella tra lo scultore italiano e la pittrice giapponese fu una lunga storia d’amore tra due mondi completamente diversi ma, al contempo, desiderosi di unirsi in un’unica grande esperienza di vita affettiva e artistica. Una sintesi idilliaca figlia di quel determinato contesto storico, ricco di cambiamenti e nuove scoperte.

Nel 1888 venne fondata l’Associazione di Studi sull’Italia (Igaku kyōkai- 伊学協会) su impulso di Alessandro Paternostro, consigliere giuridico in Giappone e insignito dell’ordine del Sol Levante dall’imperatore Mutsuhito. Dopo varie vicissitudini, l’ente si è infine costituito nel 1940 nell’attuale Associazione Italo-Giapponese (Nichii-Kyokai - 日伊協会), che dal 1956 è un organismo senza scopo di lucro sotto l’egida del Ministero degli Affari Esteri e della Pubblica Istruzione. Al 1941 risale invece l’inaugurazione dell’Istituto di cultura italiano di Tokyo, riaperto e ricostruito in seguito ai bombardamenti nel 1959. Appena pochi anni dopo (1962) a Roma veniva inaugurato l’Istituto giapponese di cultura. L’intesa culturale è progredita negli anni successivi, fino al Memorandum del 1998 con la quale si gettarono le basi per la più grande rassegna sull’Italia mai organizzata in Giappone, che si sarebbe svolta tra il 2001 e il 2002. L’accordo venne siglato tra il governo italiano e quello giapponese a seguito del successo avuto dalla rassegna “Giappone in Italia 95/96”. 

Nel 2016 si è celebrato il 150° anniversario del Trattato di amicizia tra Italia e Giappone. Per l’occasione, in entrambi i paesi si sono svolti numerosi eventi e manifestazioni a tema soprattutto culturale. In Italia hanno avuto enorme successo le mostre sui maestri Hiroshige, Hokusai e Utamaro[7]. In terra giapponese altrettanto entusiasmo si è avuto per le opere di Tiziano, Bellini, Botticelli e Caravaggio.

Anche il prossimo anno vedrà un anniversario importante: correva l’anno 1920 e, sotto gli auspici di due grandi poeti, Gabriele D’Annunzio e Harukichi Shimoi, si progettò e realizzò un avventuroso viaggio aereo tra Roma e Tokyo. Ben undici velivoli partirono il 14 febbraio dalla capitale italiana, ma solo quello guidato da Arturo Ferrarin e Guido Masiero alla fine raggiunse Tokyo il 31 maggio, dopo un incredibile traversata con numerose tappe intermedie[8]. Ferrarin ebbe il grande onore di essere ricevuto dal principe Hirohito e dall’imperatrice Teimei. Harukichi Shimoi ha avuto un fortissimo legame con l’Italia, tanto che vi si trasferì per continuare i suoi studi sino a ricoprire il ruolo di docente presso l’Università “L’Orientale” di Napoli. Si arruolò nell’esercito italiano durante la Prima Guerra Mondiale e, a conflitto finito, fonderà nel 1920 la rivista di letteratura giapponese Sakura. Il poeta conobbe prima D’Annunzio e, nel dopoguerra, lo scrittore Indro Montanelli[9]. A Harukichi si devono la diffusione delle opere di Dante Alighieri e D’annunzio in Giappone, che egli stesso tradusse, e la conoscenza in Italia di autori come Matsuo Bashō e Akiko Yosano, del quale ugualmente tradusse gli scritti.

[1] In realtà un fenomeno precedente si era registrato tra il XVIII e il XIX secolo. L’interesse per la cultura giapponese si diffuse grazie agli oggetti portati in Europa dai mercanti olandesi, gli unici autorizzati a commerciare in Giappone durante il periodo di isolamento iniziato nel 1641 e terminato nel 1853. Tale fenomeno prese il nome di Japonisme, e trovò la sua massima espressione nelle opere dei grandi pittori europei.

[2] In epoca Edo, designava lo shōgun nella funzione diplomatica dei rapporti con l’estero.

[3] Paragonabile ad un moderno dittatore militare, si trattava della massima autorità nei ranghi dell’esercito. In seguito alla vittoria di Sekigahara (1600) lo shōgun Tokugawa Ieyasu diede inizio ad una dinastia che eserciterà il potere supremo (bakufu) sul Giappone fino alla guerra Boshin (1868-69).

[4] Con un editto dello shōgun del 1641 il Giappone chiuse i contatti con le popolazioni straniere (salvo olandesi e cinesi), probabilmente in seguito alla rivolta cristiana di Shimabara (1637). Il sakoku (“paese blindato”) verrà infranto con la forza nel 1853 dal commodoro statunitense Metthew Perry.

[5] I membri furono scelti personalmente da Alessandro Valignano, gesuita italiano e ideatore della spedizione.

[6] Nella città siciliana è presente il Liceo Artistico - Vincenzo Ragusa Otama Kiyohara, di cui l’artista giapponese diresse la sezione femminile alla fine del XIX secolo.

[7] Maestri della corrente artistica ukiyo-e (“mondo fluttuante”).

[8] Tra cui Salonicco, Smirne, Aleppo, Baghdad, Calcutta, Hanoi, Canton, Shanghai, Pechino, Seul.

[9] Montanelli soggiornerà in Giappone tra il 1951 e il 1952 e scriverà L’impero bonsai.


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  • L'Autore

    Mario Rafaniello

    Mario Rafaniello Vice Responsabile della rubrica “Culturalmente Imparando”. Partecipa anche all’entusiasmante progetto “Japan 2020” e si interessa di arte, cultura e letteratura.

    Laureato in Giurisprudenza e laureando in Relazioni Internazionali. Attualmente collabora con diversi portali online.

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Dal Mondo Asia


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