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Shatranj

Culturalmente Imparando

In lingua persiana shatranj significa “scacchi”, ovvero il gioco da tavolo probabilmente più praticato e conosciuto della storia. La parola rappresenterebbe un’evoluzione dal sanscrito chaturanga (“esercito composto da quattro ranghi”) che indicava un’antica variante del gioco diffusasi in India tra il VI e il VII secolo. Questo termine compare nel Mahābhārata, grande poema epico dell’antichità indiana. Successivamente, il gioco arrivò nella Persia preislamica e da qui nei territori europei all’epoca delle conquiste arabe. Si ritiene che il chaturanga abbia dato origine allo shatranj e che questo, a sua volta, sia il progenitore degli scacchi moderni.

Infatti, fu la versione di origine persiana a diffondersi nell’Europa medievale tramite gli Arabi; in breve, il gioco si estese a tutto il continente. Per la sua difficoltà e ponderatezza, divenne simbolo di potere e conoscenza. Per questo fu apprezzato anche dai sovrani, come Enrico II di Plantageneto, Ivan il Terribile o Riccardo Cuor di leone. Quella che conosciamo oggi nella classica forma degli scacchi risale grosso modo all’Italia e alla Spagna del XV secolo, dove si iniziarono a fissare i principi delle moderne regole. Bisognerà però aspettare l’Ottocento inglese per giungere al regolamento definitivo. A quest’epoca risale anche l’interesse di massa per gli scacchi, divenuti un fenomeno sociale e addirittura accademico.

Nel mondo arabo lo shatranj godette di molta considerazione, in quanto ritenuto altamente educativo. Fu persino oggetto di trattati e manuali, tra cui quelli scritti da Abu Bakr ibn Yahya al-Suli. Lo studioso arabo vissuto tra il IX e il X secolo era conosciuto come uno dei più abili giocatori del mondo, al punto da conquistarsi il favore del Califfo di Baghdad, al-Muktafi. Quest’ultimo trovò il suo posto nella storia grazie alle guerre contro i Bizantini, i Carmati, gli egiziani e i Tulunidi che contraddistinsero il suo breve regno.

Abu Bakr ibn Yahya al-Suli creò un “diamante”, ovvero uno studio complesso sulle mosse dello shatranj, rappresentato da una griglia con 64 caselle (come gli scacchi attuali) e quattro pedine. La mossa ipotizzata da al-Suli era impossibile da risolvere, e poteva farlo solo chi aveva conosciuto la soluzione dallo stesso creatore. Il problema è rimasto tale per quasi un millennio, finché non fu risolto dal maestro scacchista russo Jurij Averbach nel 1986, che ammise la genialità della mossa creata dal leggendario giocatore arabo. È interessante immaginare una sfida a scacchi (o shatranj) tra al-Suli e Averbach. Chissà chi l'avrebbe spuntata.


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  • L'Autore

    Mario Rafaniello

    Mario Rafaniello Vice Responsabile della rubrica “Culturalmente Imparando”. Partecipa anche all’entusiasmante progetto “Japan 2020” e si interessa di arte, cultura e letteratura.

    Laureato in Giurisprudenza e laureando in Relazioni Internazionali. Attualmente collabora con diversi portali online.

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