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Macchia Mongolica

Culturalmente Imparando

Quando la scienza incontra la leggenda: una melanocitosi dermica che va a spasso per i secoli e supera i confini geografici. Stiamo parlando della Tache Mongolique, anche detta “Macchia mongolica”.

La realtà che circonda questa macchia della pelle non si limita alla pura e semplice ricerca medica e scientifica, anzi! La sua presenza rimanda automaticamente al mito. Ma vediamo prima di cosa si tratta.

Come ben chiarito da numerosi studi clinici, la macchia mongolica è una “melanocitosi dermica congenita in regione lombo sacrale”. Una semplice “macchia” della pelle, situata nella zona dell’osso sacro, di colore grigio tendente al bluastro, che tende a sbiadirsi e a svanire con il passare del tempo. Il suo nome si deve al fatto che circa il 99% della popolazione mongola nasce con questa caratteristica.

Ma come dicevamo prima, la leggenda non ha mai abbandonato questa macchia e ancora oggi il suo alone la circonda pienamente. Secondo il mito più diffuso, infatti, la Tache Mongolique non è altro che l’eredità lasciata da Gengis Khan. Il famoso condottiero, infatti, oltre alle impressionanti gesta belliche, è ricordato dal mondo per i sui numerosissimi rapporti amorosi, motivo per il quale tutti coloro che nascono con la famosa macchia sarebbero discendenti del sovrano.

Ma quella di Gengis Khan non è l’unica leggenda che la Macchia porta con sé: c’è chi parla di un segno lasciato dalla lunga abitudine dei mongoli di andare a cavallo. Chi invece, come gli sciamani, afferma sia un segno lasciato dallo spirito della nonna del popolo. Ella per prima schiaffeggia il sedere del neonato appena nato per liberargli il respiro e, così facendo, gli lascia il suo delicato marchio.

La cosa meravigliosamente affascinante di questa macchia, però, è la sua capacità di superare le barriere geografiche, e anche se spesso può rappresentare un forte orgoglio identitario (come all’interno della cultura mongola), essa rappresenta al tempo stesso una manifestazione chiara e diretta della distruzione delle barriere ideologiche create dall’identità. Se è vero che in Cina, nazione che si trova a stretto contatto con la Mongolia, la macchia è rarissima, è anche vero che tra le tribù Navajos del Nord America essa è presente nella grande maggioranza della popolazione, così come non è un caso trovarla in soggetti lontani da ogni contatto storico con quella zona del mondo.

Per quanto riguarda quest’ultima curiosità è possibile citare il caso del musicista e scrittore italiano Massimo Zamboni e di sua figlia Caterina, la quale nacque con la Macchia dopo che i genitori avevano fatto un viaggio proprio in Mongolia. Questa coincidenza ha spinto l’artista italiano a scrivere un libro, intitolato “La macchia mongolica”, nel quale ragiona sul concetto identitario, arrivando ad affermare che “Ognuno di noi ha un’idea chiara dell’identità, basta un piccolo livido per rimettere in gioco le nostre coordinate. L’identità ti può portare lontano dai tuoi luoghi. Mi piace anche l’idea di lasciarla andare, l’identità”.

NOTE:

http://www.mongolia.it/macchia_contenuto.htm

https://www.baldinicastoldi.it/libri/la-macchia-mongolica/

https://www.corriere.it/cultura/20_gennaio_30/massimo-zamboni-viaggio-seguendo-macchia-mongolica-adf34666-4396-11ea-bdc8-faf1f56f19b7.shtml


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  • L'Autore

    Pablo Scialino

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