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Apantomanzia

Culturalmente Imparando

Ogni forma di divinazione, che implichi l’interpretazione di presagi e messaggi, cela al suo interno un desiderio tanto semplice quanto umano: essere padroni del proprio destino. Per esserlo davvero però, bisogna anche conoscerlo. L’attuale epoca, che pare averci regalato la rassicurante sensazione che (quasi) tutto è misurabile, controllabile e prevedibile è il risultato ultimo di quella ricerca di padronanza risalente alla notte dei tempi. In passato (ma anche oggi), ogni singola comunità umana ha praticato una qualche forma di divinazione per conoscere il futuro e poterlo governare. Una di queste, apparentemente la più banale, ma anche quella che non conosce età, è l’apantomanzia.

Questo tipo di divinazione si basa sull’interpretazione dei fatti accaduti nell’arco della giornata, in particolare dagli incontri casuali con altri esseri viventi. Il confine con la mera superstizione è praticamente inesistente, come ognuno di noi può dedurre. Tuttavia, calandosi nei panni delle civiltà che ci hanno preceduto, non è difficile immaginare come l’incontro con determinati animali (cornacchie, corvi o serpenti ad esempio) o persone (lebbrosi, moribondi o becchini) potesse suscitare spiacevoli sensazioni foriere di presagi funesti.

Altrettanto affascinante è come da popolo a popolo cambi la percezione di questi incontri. Ad esempio, secondo la leggenda gli antichi indovini Aztechi videro un'aquila volare da una pianta di cactus portando con sé un serpente. Una vista apparentemente terribile ma dal fortissimo connotato simbolico, al punto da essere divenuta poi simbolo del Messico. Altro curioso esempio è il classico gatto nero, che in Gran Bretagna pare non essere portatore di sfortuna come in molti altri paesi (al punto che gli inglesi lo festeggiano con il National Black Cat Day).

La pratica era conosciuta già nell’antica Roma: si ritiene che a praticarla fossero gli Auguri, cioè sacerdoti in grado di farsi interpreti della volontà divina osservando il comportamento di alcuni animali. Il loro compito era estrapolare da questi “segnali” i cosiddetti auspicia, che spesso risultavano molto accondiscendenti nei confronti di chi li richiedeva, specialmente se si trattava di un personaggio molto potente. Tale pratica garantì agli Auguri molta fama e protezione, al punto da essere consultati e presi in considerazione prima di muovere guerra. Di questi indovini ha narrato principalmente lo storico Tito Livio.


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  • L'Autore

    Mario Rafaniello

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