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Cronache dal Venezuela di Maduro

In questi ultimi mesi si è sentito parlare spesso del Venezuela per via delle proteste contro il governo di Nicolas Maduro. La situazione ha preso, col tempo, le sembianze delle manifestazioni del 2014: concentrazioni massicce, guidate dall’opposizione, nelle principali città; una conseguente forte repressione da parte delle autorità; tanti feriti, incarcerati e altrettanti morti. 

Una differenza però c’è stata: quest’anno è andata formandosi una resistenza, costituita da giovani che si sono autorganizzati in tutti gli stati del paese. Questi ragazzi, tra i 13 e i 25 anni, stavano in strada a volto coperto, mentre subivano la repressione della Guardia Nacional Bolivariana che agiva con idranti e armi, oppure intimidiva le persone distruggendo auto parcheggiate, derubando i passanti, violando la proprietà privata.

Quella che vi sto per raccontare è la storia di un ragazzo venezuelano di 15 anni che, nel suo piccolo, ha fatto parte di questa resistenza. Chi scrive, invece, è un’italiana al 100% che ha uno smisurato amore per quello che potrebbe essere il paese più bello del mondo, vista anche la sua ricchezza in termini di risorse, ovvero il Venezuela. Ho conosciuto questo paese in un periodo particolare, vivendoci per un anno tra il 2012 e il 2013, cioè il periodo di transizione da Chavez a Maduro: ho avuto la fortuna di assistere alla fine di un lungo ed importante, in termini storici, governo e all’inizio di un disastroso capitolo della storia venezuelana. In questi anni, ho sempre mantenuto uno sguardo su quella che è per me la mia seconda casa e, con l’intensificarsi delle azioni e degli eventi, ho iniziato una attività personale di sensibilizzazione che mira, sostanzialmente, a dar voce alla gente: mostro ai venezuelani che si parla di quanto stanno vivendo e mostro agli italiani quella realtà che non passa dai servizi dei telegiornali, ma che è quella più pura e vera e mi viene testimoniata da chi ancora vive nel Venezuela di Maduro. Grazie a queste attività ho avuto modo di stare in contatto con fotografi nel mezzo delle proteste, con esponenti politici locali e con gente comune, che mi ha conosciuta tramite un hashtag o un mi piace. Tra queste persone c’è anche un ragazzo di 15 anni che, un giorno, mi chiese di fare una video chiamata durante il periodo caldo delle manifestazioni. Questo ragazzo aveva con sé un immenso bisogno di sfogarsi, di parlare, di esprimersi e ha deciso di farlo con me. Io ho raccolto i suoi racconti, le sue parole, le sue preoccupazioni, le sue lacrime e mi sono sentita ancora più impotente perché chi, come me, sente vicinissimo il peso di questa situazione ma la vive da lontano, sa che a volte non si sa nemmeno cosa dire perché qualunque parola sembra essere inappropriata o di troppo o mai abbastanza.

Lui, questo ragazzo, ha visto morire un giovane davanti al suo complesso residenziale, ucciso dalla polizia semplicemente perché era in strada in resistenza; da quel giorno, tutto tace lì intorno: le famiglie si sono barricate in casa con sistemi di protezione rudimentali e tutti i residenti fanno i turni per vigilare l'ingresso, in modo da assicurarsi che la polizia non si introduca, violando la proprietà privata perché sì, ora fa anche quello.  Questo ragazzo ha 15 anni e non ha mai conosciuto un'altra forma di governo, non sa cosa sia la democrazia, non sa cosa significhi potersi esprimere liberamente senza che coloro che ti dovrebbero difendere e farti sentire sicuro (le forze dell'ordine) ti perquisiscano o ti uccidano solo per pensarla diversamente. Questo ragazzo di 15 anni non va a lezione da tempo e non sa nemmeno quando e se riprenderà l'attività accademica. Questo ragazzo di 15 anni e la sua famiglia riescono a sopravvivere, ma oramai si vive alla giornata: non esiste fare la grossa spesa settimanale o mensile, esiste svegliarsi tutti i giorni e cercare di capire cosa si riesce a mangiare oggi. Questo ragazzo di 15 anni e la sua famiglia erano pronti ad andarsene dal Venezuela, ma alla madre hanno diagnosticato il cancro e così sono rimasti, hanno venduto delle cose per pagare il trattamento e grazie al cielo, ora sta bene. Questo ragazzo di 15 anni non sa cosa sarà di lui e del suo paese, teme che possano bloccare i social networks perché il regime sa che da lì passano le informazioni vere di tutte le crudeltà che si stanno compiendo. Questo ragazzo di 15 anni ha tantissima voglia di lottare, ma ha anche tanta paura: durante la chiamata, qualsiasi rumore lo spaventava, mi ha mostrato come da giorni elicotteri militari stessero sorvolando la zona perché è così che funziona: mettono paura alla gente per far sì che non esca più di casa, che la smetta di volere un Venezuela libero

Sono passati alcuni mesi da questa chiamata, ma vi assicuro che il ragazzo e moltissimi altri venezuelani non si arrendono, nonostante le proteste si siano placate e il Venezuela non compaia più tra le notizie all'ordine del giorno. Da quando l’Assemblea Nazionale Costituente si è insediata il 4 agosto, infatti, non si hanno più informazioni costanti qui in Italia, come se la situazione si fosse stabilizzata ma, vi garantisco, che non è così.


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  • L'Autore

    Glenda Ferrari

    Sono una studentessa universitaria con una forte passione per il Venezuela, paese in cui ho vissuto tra il 2012 e il 2013, che è stato il periodo di transizione da Chavez a Maduro. Nel corso degli anni, ho maturato un interesse più generale per l'America Latina.

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Dal Mondo Sapevi che? Pace, giustizia e istituzioni solide


Tag

Venezuela Chavez Maduro Sud America

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