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Cosa (non) si gioca l'UE in Catalogna

Con la liberazione dietro cauzione di Carles Puigdemont dal carcere tedesco di Neumünster, nello stato dello Schlewig-Holstein, che rimane comunque sempre costretto all’esilio, e con la permanenza, altrettanto vincolata, di Meritxell Serrat, Toni Comín e Lluís Puig in Belgio e Clara Ponsatí in Scozia, la questione catalana è diventata una questione dell’UE. Se poi si aggiungono Marta Rovira ed Anna Gabriel, fuggite in Svizzera per evitare ugualmente il mandato di arresto spagnolo, la questione diventa davvero europea.

Il fatto che l'Unione Europea non voglia interferire in Catalogna, relegandola ad un problema spagnolo, non solo discorda dall'abitudinario atteggiamento delle istituzioni europee, ma rischia di rendere il primo mancato intervento (e dunque di non ingerenza) più inviso di una possibile partecipazione al fine di facilitare una mediazione.

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Fonte: Twitter @KRLS

Da più parti si sta manifestando questa richiesta, sempre più fortemente. Tra gli ultimi casi, quello del deputato lappone Mikko Kärnä, che ha richiesto al Consiglio Nordico dei Ministri di offrirsi come un mediatore neutrale per trovare una soluzione tra la Catalogna e la Spagna. Ma anche in Germania si stanno alzando voci che chiedono un intervento dell'Unione Europea e della Germania stessa, derivanti sia dai media (come i giornali Der Spiegel e Frankfurter Allgemeine Zeitung), sia da politici, come il ministro della Giustizia Katarina Barley, la quale ha dichiarato che se la Spagna non riuscirà a dimostrare le prove contro Puigdemont per il reato di malversazione, allora egli “sarà un uomo libero in uno Stato libero, ossia la Germania”.

E qual è la posizione dell’UE? Se da una parte è preoccupata di stabilire un precedente, concedendo alla Catalogna il diritto di secedere dalla Spagna, alimentando i movimenti separatisti in tutta Europa, dall'altro lato rischia di perdere il consenso di coloro i quali vorrebbero sì lasciare uno Stato, ma non vorrebbero lasciare l'Unione Europea, e anzi, tra le due istituzioni preferiscono la seconda e vorrebbero altresì stringere rapporti più forti con essa, per sopperire alla perdita di appartenenza allo Stato del quale non si sentono appartenenti come Nazione. Si sentono invece parte dell'Unione Europea e, se essa sceglie di abbandonarli lavandosene le mani, oltre a rafforzare le avversità di coloro che nutrono già dei sentimenti ostili nei suoi confronti, finirà per erodere anche le simpatie o le speranze di quei popoli che riponevano in essa la visione di una meta democratica nella quale potersi sentire liberi e soprattutto protetti nei loro diritti. Ovviamente, allo scoprire che in realtà l’UE non si interessa, per paura o menefreghismo, delle spinte di autodeterminazione ed indipendenza, i popoli cambiano percezione e modificano il loro sostegno alle istituzioni europee. Si capisce dalle dichiarazioni di leader come l’indipendentista corso Jean-Guy Talamoni: “Se l’Europa non cambia il suo atteggiamento e non crea vie per un accordo con l’allargamento interno (internal enlargement), perderà molto sostegno da parte dei suoi cittadini”.

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Fonte: Twitter @KRLS

Le istituzioni europee sono così intrappolate in un dilemma: concedere ai popoli che abitano l’UE il diritto di richiedere più libertà, o addirittura l’indipendenza, con referendum, accordi, dialogo e seguendo il diritto internazionale, che vorrebbe dire addio al progetto di un unico super-stato omogeneo ed un ritorno alla soluzione federale, oppure impedire tutto ciò e sostenere le grandi potenze anche quando si comportano come la Spagna, dando segni di debolezza, dimostrando di non saper intervenire per prendere decisioni importanti ma solo per questioni burocratiche e in questo modo spingendo quelle popolazioni, che sono tra le più europeiste (catalani e scozzesi in primis), a rivedere le loro posizioni sull’UE, dopo un’esperienza diretta. E le parole di Puigdemont, quando, intervistato ad Helsinki dalla giornalista russa Oxana Chelysheva alla domanda “ma sull’Unione Europea avete un giudizio?” rispose che non riponeva speranze nelle autorità dell’UE, ma sperava “nel popolo d’Europa”, devono suonare come un campanello d’allarme per Bruxelles: perché i catalani sono sempre stati, tutti, dei grandi europeisti (soprattutto quelli del partito di Puigdemont) e perché il popolo d’Europa è composto anche da quegli individui che stanno vedendo l’immobilismo e la complicità dell’UE con le grandi potenze centrali, che fa svanire le speranze di un aiuto dell’UE e insieme, di riflesso, anche il sostegno concessogli fin’ora.

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Fonte: euobserver.com

Le istituzioni europee sono così intrappolate in un dilemma: concedere ai popoli che abitano l’UE il diritto di richiedere più libertà, o addirittura l’indipendenza, con referendum, accordi, dialogo e seguendo il diritto internazionale, che vorrebbe dire addio al progetto di un unico super-stato omogeneo ed un ritorno alla soluzione federale, oppure impedire tutto ciò e sostenere le grandi potenze anche quando si comportano come la Spagna, dando segni di debolezza, dimostrando di non saper intervenire per prendere decisioni importanti ma solo per questioni burocratiche e in questo modo spingendo quelle popolazioni, che sono tra le più europeiste (catalani e scozzesi in primis), a rivedere le loro posizioni sull’UE, dopo un’esperienza diretta. E le parole di Puigdemont, quando, intervistato ad Helsinki dalla giornalista russa Oxana Chelysheva alla domanda “ma sull’Unione Europea avete un giudizio?” rispose che non riponeva speranze nelle autorità dell’UE, ma sperava “nel popolo d’Europa”, devono suonare come un campanello d’allarme per Bruxelles: perché i catalani sono sempre stati, tutti, dei grandi europeisti (soprattutto quelli del partito di Puigdemont) e perché il popolo d’Europa è composto anche da quegli individui che stanno vedendo l’immobilismo e la complicità dell’UE con le grandi potenze centrali, che fa svanire le speranze di un aiuto dell’UE e insieme, di riflesso, anche il sostegno concessogli fin’ora.


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    Alessio Ercoli

    Laureando in Scienze politiche e delle relazioni internazionali all'Università della Valle d'Aosta, studente Erasmus+ presso l'Universitat de Barcelona (2015). Specializzato in analisi politica e geopolitica, appassionato di sistemi di partito e campagne elettorali. Ma anche attivista politico e campaign strategist.

Data di pubblicazione 13 aprile 2018

Categorie Attualità
Tag Catalogna ue Puigdemont Spagna germania Belgio Svizzera prigionieri politici Indipendenza internal enlargement

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