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Corsi e ricorsi storici: la terra nella questione israelo-palestinese [parte 1]

Dopo dodici anni di governo, Benjamin Netanyahu ha dovuto passare il testimone. Il 13 giugno 2021 Naftali Bennett è diventato il primo ministro di Israele, e anche se agli occhi dei media può sembrare l’uomo del compromesso, potrebbe non rivelarsi diverso dal predecessore.


Chi è Naftali Bennett?

Il nuovo premier ha ricevuto un’educazione religiosa ortodossa, ha servito nell’esercito ed è diventato milionario tramite la vendita di una start up specializzata in sicurezza informatica. La carriera politica lo ha visto tra il 2006 e il 2008 a fianco di Netanyahu (all’epoca all’opposizione) come capo di gabinetto; è divenuto leader dello Yesha Council, una lobby dei consigli municipali degli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Dal 2012, Bennett sostiene un piano di annessione di una parte (circa il 60%) della Cisgiordania, opponendosi fermamente alla creazione di uno Stato palestinese. Nel 2013 Bennett lasciò il partito Likud di Netanyahu per unirsi al partito nazionale religioso della Casa ebraica. Fece irruzione nella scena politica israeliana come ministro dei servizi religiosi, dell’economia, della diaspora, dell’istruzione e infine della difesa. Dopo un esperimento fallimentare con il partito di Nuova Destra, Bennett creò Yamina, una coalizione di destra tra Casa ebraica e Tkuma (oggi Sionismo religioso).


Una ventata di cambiamento?

La fiducia al governo di Naftali Bennett è arrivata con uno scarto strettissimo di 60 voti favorevoli, 59 contrari e una astensione. L’accordo di coalizione prevede una rotazione del ruolo di primo ministro: l’ultranazionalista Bennett resterà in carica fino al 2023, per poi lasciare il posto al centrista Yair Lapid del partito di Yesh Atid. Il governo si compone di ben otto partiti dai più diversi orientamenti ideologici, comprendendo per la prima volta anche un partito arabo indipendente (Ra’am). A unire partiti così diversi vi è la convinzione che Israele abbia bisogno di guarire dalle politiche di divisione di Netanyahu: si punta a stabilizzare l’economia, evitare ulteriori scontri e un altro turno elettorale. Per mantenere questo “governo di guarigione” unito, si tenderà ad affrontare dapprima questioni trasversalmente condivise e poco controverse –  promuovere la fiducia nelle istituzioni, ricucire i rapporti tra il governo e la Corte Suprema, risanare l’economia dalla crisi post-pandemica. Nel lungo periodo uno scontro all’interno della coalizione è piuttosto inevitabile, ma al fine di mantenere la stabilità interna è probabile che si rimandi al più tardi possibile una discussione su Hamas e le relazioni con l’Autorità palestinese.


Non così diversi

La vittoria di Bennett ha senz’altro permesso all’opinione pubblica (anche internazionale) di tirare un sospiro di sollievo dopo la lunghissima guida di Netanyahu. È inevitabile però cogliere diversi punti in comune tra i due leader: dalla condivisione dell’ideologia nazionalista all’incitamento al colonialismo, entrambi si sono trovati a confrontare un interlocutore “ombra” (in quanto non riconosciuto), gli arabi palestinesi.

Le ultime elezioni nel territorio palestinese si sono tenute nel lontano 2006 e hanno visto la vittoria di Hamas, gruppo terrorista non riconosciuto a livello internazionale. Hamas e Fatah (l’altra fazione che compete per aggiudicarsi i territori palestinesi) non hanno mai trovato un compromesso e la loro divisione li rende invisibili agli occhi internazionali; al contrario la loro unione permetterebbe a Israele di mettere da parte la scusa del “mancato interlocutore” nella continua corsa all’occupazione territoriale.

Il cambio di governo che ha portato alla nomina di Naftali Bennett ha suscitato diversi malumori, sia nell’opposizione che nella coalizione che sostiene il neo primo ministro. In particolare, le sue posizioni vicine agli ambienti della destra israeliana e sulle questioni relative alla creazione di uno Stato palestinese hanno evidenziato come ci sia ancora molta strada da fare prima di arrivare a un vero punto di svolta tra la comunità palestinese e quella israeliana.


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