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Chi sono gli Yazidi: una minoranza poco conosciuta e perseguitata [Parte 1]

A cura di Greta Thierry e Sara Oldani

Tristemente noti alla comunità internazionale per la campagna genocidaria cui sono stati sottoposti dallo Stato Islamico, gli Yazidi sono un gruppo religioso ad oggi relativamente ristretto in numero, ma tra i più antichi del mondo.


La comunità Yazida: un’introduzione

Lo Yazidismo è una fede monoteista tra le più antiche del mondo, avente origine nell’odierno Iraq nord-occidentale, o Kurdistan iracheno. La parola “Yazidi” significa “Colui che mi ha creato” in lingua curda; “Xweda” è l’unico Dio, il cui nome in curdo significa “Colui che ha creato se stesso”.

La storia yazida è stata tramandata oralmente fino ad oggi, così come i costumi e le regole, tra cui l’obbligo di digiuno tre giorni all’anno (nel mese di dicembre) e l’obbligo di pellegrinaggio al tempio sacro di Lalish - a circa 60 km a nord-ovest della città irachena di Mosul - luogo della tomba dello sceicco Adi, almeno una volta nella vita. Sono inoltre proibite le relazioni al di fuori della comunità e non è permessa la conversione. Yazidi, pertanto, si è solo per nascita.

La comunità yazida è stata oggetto di discriminazioni e massacri per secoli, in particolar modo a partire dall’invasione araba del Medio Oriente, nel 637 d.C., con la forzata islamizzazione dei popoli della regione (ad eccezione della “Gente del Libro”, cristiani, ebrei e zoroastriani). Vi è inoltre, in alcune correnti islamiche, la credenza per cui gli Yazidi, in qualità di seguaci del califfo Yazid Ibn Muawiya, sarebbero complici della strage ai danni della famiglia del Profeta Ali, pertanto della morte dei successori o eredi di Maometto. Questa credenza ha funto spesso da giustificazione per la persecuzione e le violenze perpetrate nei confronti della comunità.

L’islamizzazione del Kurdistan si è quindi tradotta, per la comunità yazida, in continue, costanti persecuzioni, tanto che, secondo alcuni studiosi, si possono contare fino a 74 veri e propri genocidi negli ultimi 800 anni, perpetrati da gruppi islamici estremisti. Secondo alcune stime, ad oggi, 1.8 milioni di Yazidi sono stati costretti alla conversione e circa 1.2 milioni di Yazidi sono stati uccisi.

Tra gli esempi più recenti, all’indomani della caduta di Saddam Hussein, e in particolar modo a partire dal 2007, migliaia di Yazidi sono stati uccisi o costretti alla fuga dai miliziani di Al-Qaida.

La comunità yazida - già relativamente chiusa e ristretta, essendo endogamica e permettendo pertanto solo relazioni all’interno della comunità stessa - come conseguenza delle violenze e della forzata islamizzazione, ha ulteriormente rafforzato la propria chiusura, ritirandosi in aree più protette, nascondendosi e limitando i contatti con altri gruppi etnici e religiosi.

Con il collasso dell’Impero Ottomano, molti Yazidi si spostarono verso l’Armenia, per poi disperdersi ulteriormente e stabilirsi in gran numero in Turchia all’indomani della fondazione della Repubblica. Sebbene la più grande roccaforte, nonché quella originaria, si trovi nell’Iraq nord-occidentale, presso la città di Sinjar, vicino al confine siriano, ad oggi, la comunità yazida, che non conta più di 800.000 fedeli secondo le stime recenti, è presente – in numeri considerevoli - nelle attuali Siria, Turchia, Armenia e Georgia. Un numero rilevante di fedeli yazidi è emigrato inoltre verso l’Europa occidentale, in particolar modo verso la Germania, in cerca di asilo e lavoro.


“Convertirsi o morire”: lo Stato Islamico e il genocidio Yazida

A partire dalla conquista dell’Iraq settentrionale nel 2014, le truppe dell’auto-proclamatosi Stato Islamico hanno sottoposto le minoranze etniche e religiose dell’area a continui e brutali massacri. La comunità Yazida, in particolare, è stata oggetto di una vera e propria, sistematica, campagna genocidaria.

Bersaglio di persecuzioni, violenze e forzata islamizzazione per secoli, gli Yazidi sono stati – e sono tutt’ora - considerati “adoratori del diavolo” dai gruppi più radicali. L’ISIS - o ISIL – ha dunque portato avanti un tentativo di epurazione della comunità yazida in tutti i territori sotto il proprio controllo.

“Convertirsi o morire” è l’ultimatum dato dalle truppe di Da’esh alle minoranze dei territori conquistati: a partire dall’Agosto del 2014, i villaggi della comunità yazida, nonché la stessa roccaforte di Sinjar, sono stati assediati, i cittadini derubati, umiliati, terrorizzati, trucidati.

Secondo le testimonianze, dopo essere stati separati da donne e bambini, gli uomini venivano giustiziati in massa o, nel migliore dei casi, costretti alla conversione come unico modo di aver salva la vita. Fatti prigionieri, donne, uomini e bambini, venivano trattenuti in campi o villaggi sotto il controllo – e l’abuso – dei miliziani.

Per le donne, costrette a parlare e pregare in arabo – rinunciando pertanto alla propria lingua, il curdo - non vi è invece stata scelta tra la “vita” e la morte: la loro sorte è stata la deportazione, la violenza, la schiavitù. Donne e bambine (dai nove anni in su) yazide sono state oggetto di abuso, stupri e violenze di ogni genere da parte dei miliziani, spesso vendute dagli stessi come schiave domestiche e sessuali nei paesi limitrofi.

I bambini, infine, separati dalle famiglie, venivano generalmente trasportati in campi di addestramento. Strappati alle famiglie fin dalla tenera età e sottoposti a ogni genere di violenza, sono stati - in numeri drammaticamente alti - usati come schiavi dalle truppe o indottrinati e addestrati a compiere atti brutali: costretti a usare violenza su altri bambini, su donne e ragazze, sui propri genitori e parenti. Vi sono testimonianze di atti di una violenza inaudita: ragazzini costretti a crocifiggere o seppellire vivo chiunque non seguisse le regole imposte dai miliziani dell’ISIS.

Tra il 2014 e il 2017, secondo alcune stime, migliaia di famiglie sono state costrette alla fuga o tenute ostaggio nei villaggi assediati, non meno di 7000 Yazidi sono stati uccisi, e almeno 6000 ragazze sono state rapite, violentate, vendute, ridotte in schiavitù o uccise. Quest’ultimo punto, in particolare, necessita di una riflessione: la violenza di genere è drammaticamente diffusa come pratica, in zone di conflitto e non, come arma di sottomissione. Nel caso della minoranza yazida, tuttavia, la violenza sessuale è stata utilizzata non solo con l’intento di spezzare la volontà dell’altro e quindi sottomettere la vittima, ma con l’ulteriore intento – che era poi l’obiettivo finale – di giungere alla distruzione della comunità. Quella yazida infatti, come precedentemente sottolineato, è sempre stata una comunità endogamica: qualunque rapporto al di fuori della comunità conduce all’esclusione dalla stessa. Le donne yazide, pertanto, non si trovano “solo” ad affrontare il trauma della violenza, ma anche quello dell’esclusione e dell’allontanamento dalla propria comunità.

Le sistematiche violenze ed uccisioni, gli abusi e l’indottrinamento dei giovanissimi, nonché le conversioni e le migrazioni forzate, risultato dell’intento dello Stato Islamico di eliminare la minoranza, hanno profondamente segnato la comunità yazida, non solo nel Kurdistan iracheno e nei territori limitrofi, piuttosto nella sua interezza, tanto che il futuro della stessa è incerto. La comunità ha perso per mano dello Stato Islamico migliaia di membri, è estremamente dispersa e dovrà fare i conti con le conseguenze di un trauma profondo.

Il forzato allontanamento dai luoghi d’origine, così come la distruzione dei luoghi di culto, le conseguenze di una rieducazione forzata dei giovani all’estremismo islamico e di violenze sessuali nei confronti di bambine, ragazze e donne yazide, sono solo alcuni degli elementi del genocidio, quindi della distruzione che potrebbe causare in breve tempo la perdita di una delle più antiche religioni e comunità della storia.

Se il futuro della comunità è incerto, è indubbio che sia necessaria giustizia per la comunità yazida. Nella parte seconda di questo Focus, verranno analizzate le attività messe in atto a livello locale e internazionale volte a supportare la comunità di sopravvissuti yazidi e le prospettive di reintegro degli stessi nella società.

Fonti consultate per il seguente articolo:

Kizilhan, J. (2017) The Yazidi—Religion, Culture and Trauma. Advances in Anthropology, 7, 333-339.

https://www.scirp.org/journal/paperinformation.aspx?paperid=80317

https://news.un.org/en/story/2020/08/1069432

https://www.un.org/press/en/2021/sc14514.doc.htm

https://news.un.org/en/story/2021/09/1101852

https://scholarsarchive.byu.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=1079&context=studentpub_uht


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Dal Mondo Medio Oriente & Nord Africa Temi Diritti Umani Framing the World


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Yazidi Minoranza DirittiUmani Stato Islamico

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