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Brexit: quale futuro accordo commerciale?

Nonostante gli attriti sorti tra i leader britannici e quelli dell’Ue riguardo al momento di apertura dei negoziati sulle future relazioni commerciali tra le due parti, le consultazioni del 19 giugno 2017 hanno chiarito, una volta per tutte, che la materia verrà trattata quando il Consiglio europeo avrà stabilito che la prima fase delle trattative sul recesso avrà permesso progressi sufficienti. In sostanza, ci si occuperà di rapporti economici non appena Regno Unito e Unione europea avranno raggiunto un accordo in merito alle questioni considerate prioritarie, ossia quelle riguardanti i diritti dei cittadini, la liquidazione finanziaria e la situazione dell’Irlanda. I contrasti erano sorti in seguito ad un’interpretazione differente dell’articolo sul recesso (l’art. 50 TUE): secondo il Segretario di stato inglese David Davis infatti la definizione dei nuovi rapporti commerciali avrebbe dovuto costituire la premessa alla regolazione delle altre materie sulle nuove relazioni tra Ue e Regno Unito.

La questione tanto delicata della definizione delle nuove relazioni economiche dunque rimane, per il momento, in sospeso. Nonostante ciò, è interessante immaginare il tipo di rapporto che potrebbe stabilirsi sulla base di quelli già esistenti, conclusi tra l’UE e altri stati o organizzazioni.

Anche se il Primo Ministro britannico Theresa May ha dichiarato che nessun accordo verrà replicato, non è detto che tale affermazione verrà rispettata e, in ogni caso, i modelli esistenti offrono un importante spunto di riflessione riguardo alla fattibilità della realizzazione delle istanze di entrambe le parti.

Il modello a cui aspirano i leader britannici assomiglia a quello che disciplina le relazioni tra Ue e Svizzera e che si basa su tre pacchetti di accordi (conclusi a partire dal 1999). Il Regno Unito troverebbe vantaggioso concludere degli accordi ad hoc con l’UE poiché potrebbe scegliere quali materie includere nel nuovo accordo e in che misura delegarne la regolamentazione. Ciononostante, è improbabile che l’Ue accetti le richieste del Governo britannico senza compromessi. La Svizzera, per esempio, ha dovuto acconsentire alla libera circolazione dei cittadini comunitari e all’armonizzazione di molti degli standard dei suoi prodotti affinché potessero circolare liberamente nel Mercato interno dell’UE. Allo stesso modo, è probabile che il Regno Unito debba rinunciare a due pilastri della campagna per il Leave: le limitazioni alla libera circolazione dei cittadini dell’Ue e l’indipendenza dalla legislazione comunitaria. Inoltre, l’accesso al Mercato unico sarebbe limitato ai settori previsti dall’ipotetico, futuro pacchetto di accordi. Del resto, la partecipazione del Regno Unito al Mercato interno non è nelle aspirazioni dei suoi leader politici. Infatti, ciò comporterebbe, oltre alla libera circolazione dei cittadini degli stati membri e all’adeguamento agli standard imposti dalla legislazione dell’UE, anche l’assoggettamento alla giurisdizione della Corte di Giustizia e una consistente partecipazione al budget comunitario. Per gli stessi motivi, stando alle dichiarazioni di Theresa May e di David Davis, il Regno Unito non chiederà di entrare a far parte del SEE, ossia lo Spazio economico europeo che l’UE ha istituito con alcuni paesi membri dell’EFTA (Norvegia, Islanda, Liechtenstein). In molti si sono augurati quest’ultima opzione all’indomani del referendum del 23 giugno 2016, ambendo ad una “soft Brexit” ma Theresa May ha deluso tali aspettative dichiarando che il recesso dall’Unione sarà totale con l’ormai popolare locuzione “Brexit means Brexit”. Rimanere nel SEE infatti, significherebbe, tra le altre cose, dover rinunciare alla gestione della propria politica commerciale.

A più di un anno dal referendum dunque i futuri rapporti economici tra Regno Unito e UE rimangono incerti mentre le dichiarazioni dei leader coinvolti nelle negoziazioni spesso appaiono incoerenti. Ad ogni modo, sarà vantaggioso per entrambe le parti accettare dei compromessi che conducano alla conclusione di un accordo di libero scambio. In questo modo, si eviterà che le barriere commerciali ostacolino gli intensi traffici commerciali che hanno reso il Regno Unito e i paesi dell’UE tanto interdipendenti.


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  • L'Autore

    Silvia Bianchi

    Laureata in Scienze internazionali e istituzioni europee, frequento il corso magistrale in Relazioni internazionali all’Università degli Studi di Milano. Sono appassionata di politica internazionale e mi interesso soprattutto di tematiche europee.

    Mi piace viaggiare e conoscere le persone. Per questo, non perdo occasione per passare qualche mese in paesi diversi approfittandone, ogni volta, per imparare una nuova lingua.  

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Brexit Inghilterra Regno Unito Lavoro Economia Commercio

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