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Bolsonaro: il Brasile cambia, per davvero

Il terremoto politico, alla fine, è arrivato anche in Brasile. Dopo i 13 anni e mezzo di governo del Partito dei Lavoratori (PT) ed i 2 anni e mezzo del vicepresidente di Dilma Rousseff, Michel Temer, centrista appartenente al Partito del Movimento Democratico Brasiliano (PMDB), lo stesso partito che ha espresso i primi Presidenti della Terza Repubblica, lo Stato più grande e più popoloso del Sudamerica cambia maggioranza e lo fa in modo drastico. Al secondo turno delle presidenziali, come previsto, Jair Bolsonaro (PSL) è stato eletto 38° Presidente della Repubblica Federale del Brasile con oltre il 55% dei voti e dal 1 gennaio 2019 entrerà in carica. Lo sfidante Fernando Haddad (PT) si ferma sotto al 45%, che è comunque un risultato tutt’altro che negativo visti gli scandali che hanno colpito il PT (ma anche il PMDB ed il Partito Progressista, di destra) e l’improvvisazione della sua candidatura. Egli si è quindi rivelato un ottimo candidato nonostante l’ombra di Lula l’abbia più penalizzato che aiutato in una supposta trasposizione dei voti che però non si è realizzata. Finisce un’epoca politica, finisce l’era Lula e torna la destra alla guida del Paese. Una destra, però, più a destra delle precedenti.

La vittoria di Bolsonaro è la risposta di un Paese portato sull’orlo della rovina dalla corruzione e dai 64.000 omicidi dello scorso anno. È la risposta dei giovani al di sotto dei 34 anni – che compongono il 60% del suo elettorato – e di un Brasile che vuole rialzarsi dopo gli scandali ed un debito che nel rapporto con il PIL è passato dal 60% a quasi il 90% negli ultimi 5 anni. Bolsonaro ha vinto anche grazie ai social, ma con un marketing a costo zero se paragonato ai suoi rivali, e ciò ha causato ad Haddad un’ulteriore difficoltà nel recuperare i voti delle fasce più povere al ballottaggio a causa delle spese esorbitanti per la campagna elettorale confrontate con quelle di Bolsonaro. Quest’ultimo era un candidato che il mondo conservatore brasiliano aspettava da tempo e non a caso ha ricevuto un incredibile sostegno da parte dei giovani che, anche avendo vissuto per un tempo minore il petismo (il PT al governo), chiedevano un cambiamento radicale facilitati, tra l'altro, dal non avere un voto di appartenenza marcato. Ma era anche un candidato ritenuto troppo di destra, addirittura pericoloso per la tenuta democratica del Paese (ed il suo vice, il generale in pensione Hamilton Mourão, sembra ancora più estremista). Eppure, l’immagine della diretta Facebook con Bibbia, Costituzione e libro di Winston Churchill dopo che Haddad non solo non gli ha riconosciuto la vittoria (né la sua sconfitta) ma si è spinto fino ad invocare rivolte popolari assieme ai sindacati, ribalta quasi questo allarmismo e per la prima volta rende un po’ più chiari – anche all’estero – i motivi che hanno esasperato la società brasiliana e dilaniato il sostegno al petismo.

Mourão e Bolsonaro sono stati due militari che hanno prestato servizio durante gli anni dell’Operazione Condor ed il padre del primo ha avuto un ruolo importante nella dittatura militare che prese il potere con un golpe nel 1964 e lo mantenne fino al 1985. Ma Bolsonaro è anche deputato dal 1988, il che lo allontana dal paragone del “Trump brasiliano” che gli è stato affibbiato: non è un outsider, ma rappresenta – come Trump – l’alternativa a ciò che era diventato ormai l’establishment, in questo caso il PT. Mourão ha sangue indigeno, Bolsonaro ha origini italiane, e a parte questo, sono molto simili, il che limita di molto l’equilibrio nell’esecutivo, importante se si pensa che il vice della Rousseff – Temer – divenne Presidente dopo l’impeachment. Imporranno un pugno di ferro sulle issues più conservatrici ma non c’è il pericolo di un ritorno alla dittatura militare, innanzitutto per come hanno ottenuto il potere, attraverso un’elezione democratica, ed in secondo luogo perché il contesto istituzionale lo rende comunque arduo e quello economico volgerà a loro favore dopo che hanno ottenuto il risultato per il quale si minacciava (Mourão in testa) un colpo di stato: l’esecutivo sono loro, ed ora si tratta di mantenere le promesse. Un esecutivo che, oltretutto, non ha la maggioranza assoluta in Parlamento.

I due candidati alla presidenza erano quanto più distanti possibile; avevano, cioè, una polarizzazione (per dirla alla Sartori) massima: Haddad, 55 anni e di origini libanesi, era stato ministro dell’Educazione dal 2005 al 2013 e, successivamente, prefetto dello Stato di San Paolo fino al 2016; Bolsonaro, invece, Generale dell’esercito e deputato. Il 63enne candidato del PSL (dopo aver cambiato altri 8 partiti) aveva un programma incentrato sul motto del Brasile: “ordine e progresso”. Rientrano in questa linea le proposte della riduzione dell'età del penale nella criminalità da 18 a 16 anni, la "protezione legale" per gli agenti di polizia che uccidono i sospetti con la loro arma in servizio, la caratterizzazione come terrorismo delle invasioni di proprietà rurali e urbane, la riduzione del debito pubblico del 20% mediante privatizzazioni (a partire dalla vendita delle quote statali della Petrobras), concessioni e vendita di proprietà statali, la creazione di un sistema parallelo delle pensioni per capitalizzazione, la diminuzione del numero di ministeri a 15 per limitare gli accordi tra le parti e la creazione di un super-ministero dell’Economia, un rinnovo dei programmi scolastici, con "più matematica, scienze e portoghese, senza indottrinamento e sessualizzazione precoce”. Nel suo programma non menziona il tema dell’aborto e dei diritti degli LGBTI: per il primo, ha promesso di porre il veto a qualsiasi tentativo di allentare la legge in vigore che lo autorizza solo in caso di rischio per la vita della madre o per i feti con anencefalia; per il secondo, si è spesso espresso con posizioni fortemente contrarie in termini di concessioni di diritti od altri riconoscimenti.

Il contrario del programma di Haddad, che prevede la promozione della cittadinanza LGBT+ e propone la "criminalizzazione della LGBTIfobia" e promette di creare iniziative di inserimento educativo e lavorativo "ai travestiti e alle persone transessuali in una situazione di vulnerabilità”. Altre misure previste dal candidato del PT erano: l’abrogazione del congelamento della spesa pubblica e la flessibilità della legislazione sul lavoro approvato dal governo Temer, lo stop alle privatizzazioni e la riduzione del debito pubblico grazie a misure contro l'evasione fiscale, il monitoraggio delle armi ed un migliore coordinamento tra i servizi di intelligence per combattere la criminalità organizzata ma, dall’altra parte, un’apertura alla depenalizzazione ed alla mano più morbida delle forze antidroga. Haddad ritiene anche che “l'agenda anticorruzione non possa servire a criminalizzare la politica”, aggirando così uno dei maggiori problemi del Paese e del suo partito (quindi di conseguenza della sua corsa elettorale). Un punto di contatto tra i due si rileva soltanto sull’aborto, dal momento che neanche Haddad ne parla nel programma ma, anzi, ad un certo punto ha trovato un accordo con temi che la Chiesa cattolica considera essenziali, come la conservazione della vita.

La differenza tra i due è palesata anche geograficamente: Haddad ha il maggiore bacino di voti nel nord-est, ma Bolsonaro si prende tutto il sud e sfonda a nord e nord-ovest. Mentre il PT perde nel corso degli anni il sostengo del sud, tradizionalmente più neoliberale, il partito di Bolsonaro riesce anche a recuperare i voti dei delusi dalla corruzione (scandalo Petrobras e conseguente Operazione Lava Jato) e dall’accusa di falso in bilancio (che ha portato all’impeachment della Rousseff) nel resto del Paese. Il risultato è che Bolsonaro è il secondo Presidente brasiliano più votato al ballottaggio in termini assoluti (numero di voti), secondo soltanto a Lula (ma solo nel 2006); ma per quanto riguarda il primo turno, è il candidato ad aver preso più voti di sempre. Ma c’è un altro lato da non sottovalutare: la differenziazione geografica del voto ha causato una spaccatura nella società per la quale potremo assistere ad importanti tensioni sociali tra sinistra socialista e destra conservatrice. Una prova dello straordinario impatto di Bolsonaro è data dall’inversione dell’usuale cleavage centro/periferia nel nord-est del Paese, dove il candidato del PSL è riuscito ad imporsi in capitali di Stati che hanno votato PT a volte anche a larga maggioranza. Se si pensa, è il contrario di ciò che avviene solitamente, con la sinistra che si arrocca nei centri e la destra che attinge i voti dalla periferia. Neanche in politica estera le posizioni dei due candidati giunti al ballottaggio offrivano all’elettorato tante alternative: mentre Haddad spingeva per una ripresa dell’integrazione diplomatica latino-americana ed una cooperazione con l’Africa (modello Sud-Sud), Bolsonaro sosteneva la necessità di non elogiare più le dittature omicide e disprezzare democrazie importanti come USA, Israele e Italia, bensì di tornare a stringere con esse relazioni al punto di isolare il Venezuela ed abbandonare gli alleati regionali per diventare il primo partner degli USA di Trump in Sudamerica. Proprio in queste issues si inserisce la promessa fatta al ministro dell’Interno Matteo Salvini di estradare l’omicida del gruppo Proletari Armati per il Comunismo Cesare Battisti in Italia affinché affronti un giusto processo. Ad una prima conferma di Jair Bolsonaro è corrisposto un ulteriore conforto da parte del figlio Eduardo, il deputato più votato nella storia del Brasile (superando proprio suo padre Jair), con un post su Twitter nel quale scrive rivolto a Salvini: “Il regalo è in arrivo! Grazie per il supporto, la destra diventa più forte”. Insomma, il Brasile cambia davvero e, sebbene Bolsonaro debba cercare delle alleanze in Parlamento, forse, l’attuale governo italiano può trovare in lui una sponda positiva per future convergenze su tutti i fronti, visti gli ottimi rapporti – M5S permettendo – che sono emersi.


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    Alessio Ercoli

    Laureato in Scienze politiche e delle relazioni internazionali all'Università della Valle d'Aosta, studente Erasmus+ presso l'Universitat de Barcelona (2015). Specializzato in analisi politica e geopolitica, appassionato di sistemi di partito e campagne elettorali. Ma anche attivista politico e campaign strategist.

Data di pubblicazione 2 novembre 2018

Tag Bolsonaro Haddad Brasile elezioni

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