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Atlante delle donne che combattono in Medio Oriente

Dalle YPJ alle peshmerga, fino a chi si batte per i diritti manifestando in piazza

Nell'immaginario comune la donna in Medio Oriente è vista come vittima o, al massimo, come una figura passiva rispetto alle decisioni maschili. Se è vero che vige un sistema in cui la libertà della donna come noi la intendiamo è limitata, è altrettanto vero che alcune hanno trovato il modo per combattere: attraverso proteste e battaglie per i diritti, ma anche imbracciando le armi. In Medio Oriente le donne di norma non sono parte dell'esercito e l'unica eccezione è costituita da Israele, dove il servizio di leva è obbligatorio anche per le donne. Tuttavia, la presenza effettiva sul campo è alquanto esigua. 

Più diffuse sono le forze di guerriglia autonome: il primo battaglione femminile in questo senso è stato quello della regione autonoma del Kurdistan iracheno, nato nel 1996 tra i peshmerga del Nord dell’Iraq e costituito da 150 donne schierate per combattere Saddam Hussein. Ad oggi, ne fanno parte più di 500. Il compito di questo esercito femminile è quello - esattamente come per la controparte maschile - di proteggere il Paese e le persone, ma anche quello di dare accoglienza a donne violentate o minacciate dalle famiglie. L'obiettivo ultimo è la parità: queste donne sono libere di unirsi alla lotta o, semplicemente, rifugiarsi in un posto sicuro. Le Sun Girls, ovvero le donne yazide (sottogruppo dell’etnia curda) ne sono un esempio: fondato nel 2015 dalla ex cantante folk Xate Shingali, si tratta di un gruppo composto anche dalle donne che sono riuscite a fuggire dal rapimento e dalle sevizie sessuali per mano dell'Isis. Con l'aiuto delle colleghe peshmerga, il plotone di donne yazide ha combattuto per vendicare loro stesse e i massacri dell'Isis contro il popolo yazida.

Non è stato sempre facile abituare gli uomini combattenti a questa realtà ma, vent'anni dopo, l'esperienza sopra citata è stata d'ispirazione per formare le famose YPG e YPJ, le unità di protezione del popolo curdo siriano; la prima è mista, la seconda prettamente femminile. Quest'ultima conta più di 10.000 reclute.

Dal 2011, durante la guerra siriana, i curdi siriani hanno proclamato l'autonomia di una striscia di terra, il Rojava. Quest'ultimo è retto da un confederalismo democratico, fondato su un contratto sociale che si basa sulla convivenza etnica e religiosa, la partecipazione, l'emancipazione femminile, la ridistribuzione delle ricchezze e l'ecologia. Nel 2012 è stata creata l'Unità di protezione del popolo curdo (YPG) mista, poiché le donne non erano molte. Tuttavia, fin da subito sono corresponsabili in tutto e per tutto e molte donne diventano comandanti. Nel 2013 vengono istituite le YPJ, forza autonoma in cui decidono tutto le donne, dalla formazione all'addestramento.

La religione in questo caso, come negli altri sopra citati, non è il collante delle milizie. Nel caso del Rojava, esso ha ereditato il pensiero del leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan Öcalan (attualmente detenuto in carcere a vita). Il percorso di emancipazione del Rojva, come quello dei curdi in Turchia, viene dai suoi ideali e dalle innovazioni culturali che ha continuato a proporre anche dalla prigionia.

Le donne che combattono nelle YPJ affrontano diversi mesi di addestramento per imparare ad usare armi e manovre tattiche, prima che sia permesso loro di combattere. Sono anche molto celebrate dalla loro comunità, il che poteva essere inizialmente inaspettato in un'ottica mediorientale in cui le donne sono spesso viste come inferiori agli uomini.

Le combattenti delle YPJ e YPG sono viste dagli estremisti come soggetti ancora più temibili rispetto ai soldati uomini, questo perché sono convinti che se è una donna a ucciderli perderanno automaticamente il diritto ad andare in Paradiso. Le donne che si uniscono alle unità di protezione non sono obbligate a rimanere, non firmano contratti, il tutto è su base volontaria. Per questo molte di queste donne non sono retribuite e spesso, quando lo sono, rifiutano il pagamento e lo donano alle YPJ.

Lo stesso spirito guida le donne che combattono per i diritti e per uno Stato più equo, ma senza imbracciare armi vere e proprie, limitandosi a quelle della parola e della manifestazione. Loujain al-Hathloul, Iman al-Nafjan e Aziza al-Yousef, sono tre delle attiviste che in Arabia Saudita si sono battute per garantire alle donne il diritto di guidare. Aziza al-Yousef è una professoressa dell'università in pensione, leader del movimento per il diritto alla guida e per la fine del sistema di tutela maschile in Arabia Saudita. Qui ogni donna è sottoposta al controllo di un wali, un tutore, di cui è necessaria l'approvazione prima di fare praticamente qualsiasi cosa.

Nel 2016 Aziza al-Yousef aveva consegnato alla corte reale una petizione da 15000 firme che chiedeva la fine di questo sistema. Nel 2018, assieme ad altre attiviste e attivisti (sì perché, come nel caso curdo, il sostegno degli uomini è possibile e presente), viene arrestata con l'accusa di aver promosso i diritti delle donne, aver contattato organizzazioni internazionali, media e attivisti stranieri. Da quel momento, Aziza inizia un percorso tortuoso dentro e fuori dal carcere, nonostante alle donne sia stato effettivamente in seguito riconosciuto il diritto di guidare.

In una zona densa di contraddizioni, tra passi avanti e grandi balzi all'indietro (basti vedere come attualmente la popolazione curda, sia condannata dall'attacco diretto della Turchia e dall'immobilità internazionale), la forza di queste donne è un punto luminoso, qualcosa a cui guardare e ispirarsi anche in Occidente.


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  • L'Autore

    Anna Carla Zucca

    Laureata in Comunicazione Media Pubblicità all'Università IULM di Milano. Attualmente lavora come giornalista freelance ovvero: scrivo, intervisto, racconto di musica, cibo, tendenze, diritti umani ed Europa. E tutto mi incuriosisce.

    All'interno di Mondo Internazionale ricopre la carica di Segretario della divisione Hub e Vice Responsabile del progetto TrattaMiBene.

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