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Analisi della crisi umanitaria nel sud del Madagascar

Situata al largo della costa meridionale dell’Africa, l’isola del Madagascar è la quarta più grande al mondo ed è conosciuta per il proprio ecosistema, tra i più ricchi del pianeta. Eppure, dopo quattro anni di ininterrotta siccità, il Madagascar si trova oggi a dover affrontare una delle crisi più drammatiche di sempre. Negli ultimi due anni, le precipitazioni hanno subito un calo del 40% rispetto alla media, generando una carestia che coinvolge oltre il 70% della popolazione. I dati più allarmanti si concentrano nell’area meridionale dell’isola, dove gran parte della popolazione provvede al proprio sostentamento attraverso la coltivazione dei campi e l’allevamento. Tuttavia, a causa della cronica siccità, considerata tra le peggiori della storia, combinata con tempeste di sabbia e altissime temperature, la popolazione ha raggiunto livelli catastrofici di povertà e malnutrizione. 


Malnutrizione e carenza di riserve idriche

L’impossibilità di seminare e, conseguentemente, quella di raccogliere, ha portato migliaia di persone a vendere il proprio bestiame, tra cui zebù, capre e pecore, nonché terre, proprietà e utensili da cucina, pur di sfamare le proprie famiglie e i bambini. Tuttavia, la perdurabilità della siccità ha causato l’esaurimento di tutte le scorte, grazie alle quali le persone avevano potuto supplire per un periodo all'assenza del raccolto, costringendo i cittadini a basare la propria dieta alimentare su insetti e fiori di cactus. Ad aggravare ulteriormente il quadro vi è l’impatto della pandemia e delle misure di contenimento, che hanno comportato un significativo rincaro di tutti i prodotti essenziali quali riso, farina ed olio. A pagare il prezzo più alto sono le categorie più vulnerabili: donne e bambini. Si registra, infatti, che gran parte dei bambini siano stati costretti ad abbandonare la scuola, sacrificando l’istruzione in cambio del lavoro, al fine di contribuire a salvaguardare la propria sopravvivenza.

Le donne invece, usualmente incaricate di provvedere alla gestione della casa e della propria famiglia, si trovano a fronteggiare quotidianamente tutte le conseguenze più rigide della siccità. Tra queste, la più dura riguarda il rifornimento d’acqua, per il quale numerose donne e giovani ragazze sono costrette, ogni giorno, a percorrere lunghe ore di cammino per raggiungere un pozzo, sotto temperature che raggiungono i 45°C. La scarsa disponibilità di acqua potabile però, aggravatasi negli ultimi anni di crisi, sembra avere origini più radicate e strettamente connesse ad una debole rete infrastrutturale. Infatti, nonostante le grandi quantità d’acqua presenti all’interno e intorno all’isola, la falda acquifera è estremamente profonda e, al fine di realizzare dei pozzi, è necessario trivellare per oltre 15 metri, nonché disporre di macchinari specifici e all’avanguardia. All’interno di questo contesto, emerge l’impegno della onlus Aid4Mada, attiva sul territorio da anni per contrastare la carenza idrica del territorio. L’organizzazione ha già realizzato, negli ultimi tre anni, 10 pozzi manuali, nonché 15 Water Tower Solari che garantiscono l’accesso gratuito all’acqua potabile a numerosi villaggi rurali nella periferia di Tulear, situata sulla costa sudoccidentale del Madagascar.

Nel contesto attuale però, sono numerose le persone che nella disperazione hanno deciso di abbandonare la propria casa per spostarsi verso nord e sfuggire alla fame e la siccità. Tuttavia, il nord dell’isola si trova a dover fronteggiare le proprie minacce, tra la tempesta tropicale e le piogge torrenziali. Inoltre, nel mese di febbraio si è abbattuto il ciclone Batsirai, che ha spazzato via numerosi villaggi e costruzioni, soprattutto nel sudest dell’isola, causando un centinaio di vittime e oltre 30.000 persone costrette a vivere nei rifugi di emergenza in tutta l’isola. 


Le cause della crisi: il surriscaldamento globale?

La maggior parte delle fonti ufficiali riscontrate, tra cui le analisi dell’ONU e del Programma Alimentare Mondiale, hanno evidenziato una correlazione tra la crisi umanitaria in Madagascar e il riscaldamento globale, tanto da definire il Madagascar meridionale come il ground zero per le carestie causate dal cambiamento climatico. Questo aspetto ha sicuramente attirato l’attenzione di numerose organizzazioni, nonché dei media nell’area, in particolare negli ultimi anni.

Tuttavia, un recente studio, condotto da un gruppo di scienziati facenti riferimento al World Weather Attribution (Wwa), ha evidenziato cause differenti che sembrerebbero smentire quelle relative alla questione climatica.

Il team, infatti, attraverso la comparazione degli attuali dati sul clima del paese con quelli del passato, risalendo fino alla fine del XIX secolo, ha potuto attribuire al cambiamento climatico un ruolo tutt’altro che significativo per spiegare l’attuale siccità. Seppure gli scienziati non abbiano escluso che il surriscaldamento globale possa aver minimamente contribuito alla crisi corrente, i dati non sono sufficienti a definirla una crisi climatica, soprattutto perché l’isola del Madagascar ha subito ciclicamente dei periodi siccitosi simili a quest’ultimo. A tal proposito, gli esperti del Wwa hanno evidenziato tre componenti che, aggravati dalla povertà già persistente, hanno causato la crisi umanitaria di oggi, rendendola ormai insostenibile: la pandemia, l’invasione di locuste, il bruco della falena “lafigma”. Per ciò che concerne la pandemia, oltre al rincaro dei prezzi già citato, la chiusura delle frontiere ha impedito alle comunità più colpite di emigrare altrove per cercare lavoro e nuovi mezzi di sostentamento. In secondo luogo, l’invasione di locuste ha rovinato ulteriormente i pochi raccolti utili a disposizione della popolazione. Infine il bruco della “lafigma”, anch’esso responsabile di aver ulteriormente decimato le colture di cereali tra cui mais e riso, nonché cotone ed alcune colture orticole.

Se da un lato è già possibile affermare che il surriscaldamento globale non abbia certamente ostacolato le condizioni attuali in Madagascar, è troppo presto per quantificare accuratamente il peso dell’influenza climatica sulla crisi umanitaria in corso. A tal proposito, occorre intervenire sulle problematiche già evidenti e persistenti, in particolare la povertà e la scarsità di infrastrutture efficienti e funzionali, e sostenere le comunità che ad oggi non hanno più mezzi per salvaguardare la propria sopravvivenza. Un esempio notevole arriva da Aid4Mada, ma anche da Jeanne Joéline Sendrasoa, giovane malgascia specializzata in biodiversità e in moringa oleifera. Grazie alle sue conoscenze ha potuto portare avanti un progetto che consiste nella coltivazione della moringa, ricca di proprietà benefiche e medicinali, da distribuire presso mense e centri educativi. Attraverso questo progetto, che ha visto piantati già cinque ettari di moringa a Mangily e 600 chili di foglie fresce ogni anno, Sendrasoa non solo riesce a favorire il sostentamento di numerose comunità, ma provvede alla formazione di nuovi lavoratori affinché possano raggiungere una propria stabilità economica.


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  • L'Autore

    Michela Rivellino

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Dal Mondo Africa Sub-Sahariana Temi Ambiente e Sviluppo Diritti Umani Agenda 2030 Sconfiggere la povertà Sconfiggere la fame Lotta contro il cambiamento climatico


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madagascar crisiumanitaria DirittiUmani povertà malnutrizione siccità Aid4Mada cambiamentoclimatico

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