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Agenda 2030 – Omicron e sviluppo industriale: cenni sullo “stato dell’arte”

Questo è il nostro primo appuntamento datato 2022 e non può che essere dedicato alla questione “Covid-19” e alla sua variante del momento: Omicron. Quali ripercussioni può avere sull’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite?

Innanzitutto, è da sottolineare come, almeno fino a oggi, gli obiettivi di questo documento sono ben lontani dall’essere raggiunti per tutto il globo. Vero è che mancano ancora nove anni, ma ne sono già passati sette da quel fatidico 2015 - momento della “partenza” - e, nonostante i vari passi in avanti su alcuni punti, la situazione generale non vede sufficienti miglioramenti [1].

Con Omicron, si sta continuando a procedere lungo la direttrice intrapresa dal “sistema – mondo” ormai da circa due anni, quando si è scoperto il virus Covid-19. Un mondo però sostanzialmente spaccato in due fra i paesi più rigoristi, da un lato, e quelli dove l’attenzione è meno alta, dall'altro. In questo secondo gruppo possiamo far rientrare sia gli stati che non prendono tutte le misure indicate dalle autorità sanitarie per motivi ideologici, sia quelli che lo fanno per questioni pratiche: mancanza di denaro per acquistare i prodotti sanitari, poche conoscenze tecniche, ecc. Ancora una volta, dunque, il virus ha mostrato (e mostra) tutte le disparità socio-economiche globali. Proprio quelle disparità che l’Agenda 2030 deve combattere ed “abbattere” nel giro di questi nove anni.

Più nel dettaglio, l’inizio del 2022 e la variante Omicron ci consegnano questa situazione, ben descritta anche dal Direttore Generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus qualche giorno fa (sia facendo intendere diplomaticamente “fra le righe” cosa non ha funzionato finora, sia rendendo invece esplicite altre criticità): “Even if Omicron does cause less severe disease, the sheer number of cases could once again overwhelm unprepared health systems. I need to be very clear: vaccines alone will not get any country out of this crisis. Countries can – and must – prevent the spread of Omicron with measures that work today. [...] The priority in every country, for the sake of the global effort to halt the pandemic, must be to protect the least protected, not the most protected. [...] If we end inequity, we end the pandemic. If we allow inequity to continue, we allow the pandemic to continue”[2].

Ancora: “[...] La diffusione della variante Omicron del Covid-19 a partire dal continente africano ha permesso di porre finalmente, a due anni di distanza dallo scoppio della pandemia, l’accento sul tema delle disuguaglianze sanitarie globali (con le relative altre malattie). [...] La pandemia dell’Hiv e dell’Aids non si è arrestata durante il biennio del Covid. 600.000 persone sono morte di questo contagio nel 2020, 38,7 milioni di persone di cui 10 non trattate ne erano infette lo scorso anno e mentre il Covid si diffondeva in tutto il mondo nel 2020 si sono avuti 1,5 milioni di nuovi contagi, 700mila dei quali nell’Africa sub-sahariana. [...] La corsa del contagio da Hiv indebolisce i sistemi immunitari delle persone, mette a dura prova la loro salute e crea un effetto-moltiplicatore favorendo la diffusione del Covid. Foreign Policy, partendo dagli studi compiuti in Sudafrica, ha ricordato che ormai tutti gli esperti in materia di Covid sono concordi nel ritenere il Sars-Cov-2 un “virus opportunista". Per le persone affette da Hiv malcurate o non trattate del tutto”, come molti dei positivi che vivono nell’Africa sub-sahariana, “il coronavirus può diventare un invasore capace di convivere a lungo distribuendosi nel tessuto cardiaco, nel cervello e nel resto del corpo” [3].

Situazione che vede però l’ONU cercare delle strade di rilancio e di fornire nuove prospettive per il futuro, come con l’Industrial Development Report 2022 intitolato “The future of Industrialization in a Post – pandemic World”: “The IDR 2022 documents the socio-economic impact of the COVID-19 pandemic on different regions and countries of the world and examines the role played by the industrial sector during the crisis. The report shows that the COVID-19 pandemic hit hard all corners of the globe, but affected some countries, industries and workers more than others. It presents fresh quantitative and qualitative evidence and identifies key factors of resilience, as well as vulnerability. Understanding these factors is crucial in the design of industrial recovery strategies and policies. [...] One key finding is that the industrial sector plays a key role in fostering socioeconomic resilience. By guaranteeing access to essential goods, such as food and medicines and vaccines, manufacturing keeps economies afloat and drives them forward. As stressed by UNIDO’s Deputy Director General, Hiroshi Kuniyoshi, in his presentation of the main findings and messages of the IDR 2022, “Countries with stronger manufacturing systems were able to withstand the crisis better”. [...] These findings strongly reaffirm the importance of achieving SDG 9 to reach the goals of the 2030 Agenda. The role of the industrial sector during the crisis was also remarked on by Victoria Hernández Mora, Costa Rica's Minister of Economy, Industry and Commerce. “In Costa Rica, industry was the least affected economic sector” she said, recognizing the importance of a proactive private-public collaboration in developing containment measures to allow industries operate safely”. [...] Another key finding of the IDR 2022 is that industrial capabilities and digitalization supported countries’ resilience during the pandemic. According to the report, digital technologies enable businesses to continue operating remotely and to maintain their consumer bases, making digitally advanced firms better able to weather the pandemic’s impact and to adjust to the new normality. Preparing for the post-pandemic future therefore requires also developing countries to further strengthen their digital capabilities. [...] Looking into the future, the IDR 2022 highlights three important megatrends expected to shape the post-pandemic landscape - digitalization, production rebalancing and industrial greening - and emphasizes that countries must take these megatrends into account when designing recovery strategies. According to the report, to build back better, recovery must be green and inclusive, pursuing a more sustainable and safer path of development. Countries need to accelerate the shift to a green industrial sector and to transform their energy systems, as indicated by Jeffrey Sachs, President of the United Nations Sustainable Development Social Solutions Network. “It is necessary to overcome the challenges to move from fossil fuels to renewable sources and zero carbon power generation,” he added, “but to do so developing countries need more access to adequate financing and technologies” [4].

In conclusione, dunque, è possibile certamente sottolineare come resti ancora tanta strada da fare per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Un impegno solenne preso dai Paesi membri dell’ONU e fondamentale per raggiungere quel “minimo” livello di convivenza pacifica e dignitosa nel mondo. Se sulla carta le singole nazioni e i vari organismi internazionali sembrano decisamente volti verso la risoluzione delle principali crisi internazionali, in concreto la situazione è ancora irta di ostacoli e complessità. Il lavoro in sinergia di esperti, decisori politici e cittadini sarà dunque sempre più fondamentale per raggiungere, tutti insieme, questi ambiziosi e fondamentali obiettivi.


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  • L'Autore

    Alessandro Fanetti


    Alessandro Fanetti è nato nel 1988 a Siena e attualmente tratta le questioni inerenti l'Agenda 2030 delle Nazioni Unite per Mondo Internazionale. Da sempre appassionato di geopolitica (con focus sulle aree del centro-sud America ed ex-URSS), collabora anche con l' "Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie" (IsAG) e con "Opinio Juris – Law and Politics Review". Ha conseguito un Master in Intelligence Economica presso lo IASSP di Milano nel 2020 e ha frequentato con successo un corso sulla geopolitica latinoamericana e caraibica promosso dalla "Escuela de Estudios Latinoamericanos y Globales" (ELAG) nel 2021. Infine, è iscritto all' "Associazione Italiana Analisti di Intelligence e Geopolitica" (AIAIG) ed è l'autore di un libro intitolato "Russia: alla ricerca della potenza perduta - Dall'avvento di Putin alle prospettive future di un Paese orfano dell'URSS" (Edizioni Eiffel, 2021).


    Alessandro Fanetti was born in Siena in 1988. Since 2019 he has been writing posts for "Mondo Internazionale" on 2030 Agenda for Sustainable Development. He has always been passionate about geopolitics (with a particular focus on Latin America and former USSR area), he also writes for IsAG and Opinio Juris - Law and Politics Review. He holds a Master degree in Economic Intelligence and actually he's writing a book about post-Soviet Russia. In the end, he is a member of the AIAIG and he is the author of the book "Russia: alla ricerca della potenza perduta - Dall'avvento di Putin alle prospettive future di un Paese orfano dell'URSS" (Edizioni Eiffel, 2021).

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