background

Piccoli consigli per grandi sogni imprenditoriali

Ad oltre mezzo secolo di distanza dall’inizio dei rispettivi boom economici, Italia e Giappone condividono l’essere ancora membri stabili del G7, ovvero la ristretta cerchia dei paesi più economicamente avanzati al mondo. Un risultato notevole per due realtà praticamente inesistenti all’indomani della sconfitta nazifascista. Alti e bassi, fatti di picchi dorati e tonfi critici, hanno contraddistinto questo lungo lasso di tempo che al suo punto d’arrivo trova entrambi i paesi tra i maggiori protagonisti (seppur sofferenti) dell’imprenditorialità globale. L’attuale emergenza sanitaria dovuta al COVID-19 non fa altro che gettare benzina sul fuoco, ma Italia e Giappone hanno dimostrato più volte nella loro storia quanto siano capaci di “risorgere dalle ceneri” anche nell’ora più buia[1].

Approfondendo nello specifico la realtà giapponese, quest’ultima ha saputo costruirsi nell’ultimo mezzo secolo un successo imprenditoriale ormai divenuto un vero punto di riferimento[2]. Le maggiori aziende mondiali di hi-tech, elettronica di consumo, informatica, automobili e intrattenimento parlano giapponese, imponendo un linguaggio comune nel modo di fare impresa. Molti termini e concetti legati strettamente al Giappone sono conosciuti anche all’estero: il cosiddetto toyotismo; il concetto di produzione snella basata sulla strategia just-in-time; keiretsu (raggruppamento di imprese); zaibatsu (concentrazione industriale e finanziaria); kaizen (riferibile al concetto di miglioramento); monozukuri (legato al mondo della produzione)[3].

Mondo Internazionale, sempre aggiornato e curioso sul tema, ha già affrontato alcuni aspetti interessanti di questa singolare concezione del mondo del lavoro e del successo economico, sviluppatasi nel settore automobilistico a partire dagli anni Cinquanta e poi diffusasi altrove[4]. Questa volta si guarderà da vicino il mercato giapponese -ricco di opportunità - sia per l’avanzata cultura imprenditoriale che lo contraddistingue, sia per la posizione di rilievo nell’enorme contesto asiatico. Si tratta della terza economia mondiale - dopo Stati Uniti e Cina - e pertanto rappresenta una delle realtà economiche più affascinanti per gli imprenditori di tutto il globo. Il Giappone possiede l’innata capacità di saper coniugare antico e moderno in moltissimi aspetti della sua cultura, come accade nello sport, nelle arti, nelle dinamiche sociali, nella diplomazia e anche nel settore lavorativo. Una cornice a suo modo “paradossale” nella quale tendenze tradizionalmente conservatrici convivono e contrastano con gli spettacolari progressi nella tecnologia e innovazione[5].

Cosa bisogna sapere per avviare un’impresa in Giappone?[6] Innanzitutto conoscere il mercato del lavoro locale. Daijob, GaijinPot e Hello Work sono tra i maggiori portali web per la ricerca di offerte di lavoro in Giappone. Ma cosa serve di preciso per fare l’imprenditore in terra giapponese a chi proviene dall’estero? Non esiste una particolare tipologia di visto[7], ma in questo caso è indispensabile averne di tipo familiare o permanente per poter costituire un’impresa (altrimenti si può pur sempre investire in un business avviato tramite visto dedicato)[8].

Il principale modello di società giapponese, nonché il più comune, è la Kabushiki Kaisha[9] (株式会社). Il termine (spesso abbreviato in K.K.) viene tradotto all’estero col più conosciuto “società per azioni” anche se in realtà si tratta di un concetto distinto. Come quasi sempre accade quando si parla di Giappone, le peculiarità linguistiche assumono un peso centrale. Secondo il diritto societario giapponese l’espressione K.K. deve essere inclusa nel nome della società (come prefisso o suffisso) e viene talvolta tradotta dalle stesse società che la usano con Co., Ltd, Corporation o Incorporated. Un esempio di nota K.K. è la società internazionale Dentsu (株式会社電通- Kabushiki-gaisha Dentsū)[11], specializzata in pubbliche relazioni e pubblicità[12]. Non servono però investimenti milionari per costituire una società di questo tipo; con le leggi in vigore dal 2006, basta un solo yen come capitale minimo versato. Naturalmente, tra tasse, spese, costi di avviamento e assistenza bisogna calcolare almeno alcune migliaia di yen per iniziare[13]. In questo, la K.K. si distingue notevolmente dalla Società per Azioni (S.p.A.) italiana, il cui capitale sociale minimo deve ammontare a 50.000. Anche in Italia, però, è possibile avviare una società con un euro in tasca, optando per la Società a Responsabilità Limitata Semplificata (S.R.L.S.)[14]. Le leggi giapponesi non designano le posizioni dirigenziali delle società, che pertanto vengono esercitate nella maggior parte dei casi direttamente dagli amministratori, ai quali vengono riconosciuti i ruoli interni di presidente, vice presidente, ecc. Colui che rappresenta ufficialmente una società è di norma indicato col titolo shihainin (支配人, traducibile come "dirigente").

Altro modello societario giapponese è la Mochibun kaisha[16] (持分会社), una categoria comprendente tipi di società che si contraddistinguono per l’avere personalità giuridica e un'organizzazione interna simile alla società di persone. Esistono tre tipi di Mochibun kaisha:

  • -Godo Kaisha (合同会社- abbreviato G.K.). Questo, a differenza del K.K., è più vicino all’organizzazione di società a responsabilità limitata (la quale è prevista per tutti gli investitori). Con l’importante riforma societaria del 2006, la G.K. ha sostituito la precedente Yūgen-Kaisha (有限会社-Y.K.)[19].
  • -Gō-mei Kaisha (合 名 会 社). In questo caso gli investitori sono tutti responsabili in solido per qualsiasi responsabilità della società (i creditori possono aggredire i beni dei soci qualora quelli societari non siano sufficienti).
  • -Go-shi Kaisha (合資会社). Simile alla Società in accomandita semplice (S.a.s) italiana[21] o alla Limited Partnership anglosassone, ma a responsabilità illimitata (come la precedente).

Per quanto riguarda il più recente fenomeno delle start-up, anche in Giappone negli ultimi tempi si è assistito ad una crescita esponenziale di questo nuovo tipo di azienda, caratterizzato dall’essere temporaneo o costruito sul modello della società di capitali, ricercando una strategia di business ripetibile e scalabile. Basti pensare che secondo un rapporto del Financial Times (dati del Japan Venture Research) le start-up private hanno guadagnato circa 272 miliardi di yen (intorno ai 2,5 miliardi di dollari) nel 2017, rispetto a circa 64 miliardi (604 milioni di dollari) del 2012[23]. Persino i finanziamenti alle start-up giapponesi sono aumentati, andando oltre l’800% dal 2015 ad oggi[24]; tra queste, solo le venti società selezionate dalla rivista Nikkei superano i mille miliardi di yen (oltre 9 miliardi di dollari)[25]. Con cifre come queste, è comprensibile che alla stabilità e alla sicurezza del posto fisso nel settore pubblico, o nel colosso aziendale di turno, si sostituisca il brivido del rischio nelle carriere di tanti giovani giapponesi. I laureati delle migliori università negli ultimi anni tendono a preferire la strada autonoma delle start-up, supportati dalla cultura informatica e tecnologicamente avanzata del Giappone moderno[26]. Il carattere quasi sempre giovanile delle recenti start-up nipponiche favorisce il contatto con altre realtà simili dall’estero, spesso frutto di periodi di studio che i giovani giapponesi svolgono in altri paesi o viceversa. Non mancano forum, workshop e incontri tra questi rampanti imprenditori e i loro colleghi italiani, con conseguente scambio di prezioso know-how e creazione di nuove possibilità[27].

La varietà di settori che concerne il Made in Italy rappresenta anche nel caso giapponese una grande opportunità commerciale, sia che si voglia direttamente investire in Giappone (anche favorendo l’import dall’Italia) che esportare i propri prodotti vendendoli al mercato nipponico. Quest’ultimo ha visto accrescere l’interesse per i prodotti italiani, offrendo notevoli sbocchi[28]. A supporto degli imprenditori italiani esistono numerose associazioni e organizzazioni che legano Italia e Giappone concretamente nel mondo imprenditoriale, favorendo anche l’interesse speculare da parte nipponica. Questi intermediari sono fondamentali poiché fanno letteralmente da ponte tra i due mercati, permettendo a imprenditori e clienti di conoscersi e collaborare. Si citano per esempio:

  • Camera di Commercio italiana in Giappone;
  • Camera di Commercio e Industria Giapponese in Italia;
  • Italy-Japan business group;
  • JETRO (Japan External Trade Organization);
  • JIEF (Japan Italy Economic Federation);
  • EU Japan centre;
  • Istituti di cultura e ambasciate, i cui siti web contengono informazioni e guide anche sul settore imprenditoriale.

A cura di Mario Rafaniello

[1] https://mondointernazionale.com/risorgere-dalle-ceneri-lascesa-industriale-giapponese-e-italiana-dal-dopoguerra-ad-oggi

[2] https://hbr.org/1981/01/behind-japans-success

[3] Mondo Internazionale ha dedicato un contributo proprio a questi concetti: https://mondointernazionale.com/monozukuri-e-kaizen-il-giappone-in-divenire-del-nuovo-millennio

[4] https://mondointernazionale.com/monozukuri-e-kaizen-il-giappone-in-divenire-del-nuovo-millennio

[5] http://www.businesscommunity.it/m/20190605/economia/azionario-giappone-rinasce-lo-spirito-imprenditoriale.php

[6] Un esempio di successo italiano in Giappone è quello di Pier Francesco Rimbotti (Infrastrutture S.p.A.), reperibile su https://www.ilsole24ore.com/art/partire-zero-un-impresa-giappone-funziona-cosi-AEbbEvU

[7] Esistono molte tipologie di visto lavorativo, però limitate a determinati settori. Col visto studentesco invece vi sono alcune restrizioni riguardo la durata dell’impiego lavorativo. Il visto turistico non consente di svolgere alcun lavoro.

[8] https://www.italiajapan.net/lavoro-in-giappone-faq/

[9] K. Kaisha è il modo in cui viene pronunciato comunemente in Occidente. La pronuncia originale giapponese invece è kabushiki-gaisha a causa del rendaku (traducibile in italiano con “sonorizzazione consequenziale”), un complesso fenomeno morfofonologico per cui la consonante iniziale della seconda porzione di una parola composta cambia. 

[11] https://www.dentsu.com/whoweare/

[12] Una curiosità: ogni anno, nel mese di luglio, i nuovi assunti e i dirigenti da poco promossi scalano il monte Fuji. Si tratta di una tradizione risalente al 1925 che vuol simboleggiare la “scalata” al successo della Dentsu tramite il più importante simbolo del Giappone nel mondo. Trattasi quest’ultimo di un ulteriore esempio di come nella cultura nipponica tradizione e modernità si leghino a doppio filo.

[13] https://www.italiajapan.net/avviare-attivita-in-giappone/

[14] La classica SRL invece richiede un capitale minimo iniziale di 10.000 euro.

[16] Qui e nei successivi casi, si tenga presente quanto scritto nella nota n.9.

[19] Dal 2006 le Y.K. per continuare la loro attività si sono dovute convertire in K.K. tramite leggi speciali.

[21] Nella S.a.s italiana la responsabilità illimitata si limita al socio accomandatario, mentre l’accomandante risponde solo limitatamente alla quota conferita. La medesima situazione si ritrova nell’istituto anglosassone tra limited partner e general partner

[23] https://www.cnbc.com/2018/03/18/working-in-japan-views-on-entrepreneurship-and-start-ups-are-changing.html

[24] https://www.startupbusiness.it/ecco-come-le-startup-stanno-cambiando-il-giappone/102977/

[25] https://www.agenzianova.com/a/0/2687994/2019-11-12/giappone-valore-delle-prime-20-startup-supera-i-mille-miliardi-di-yen-11/linked (si consiglia l’approfondimento proposto nell’articolo).

[26] Si consiglia il sito https://www.disruptingjapan.com/, per conoscere altri dettagli sulle start-up giapponesi.

[27] Cfr. https://www.ilsole24ore.com/art/start-up-italiane-caccia-partner-giappone-AChtJWq; https://www.ilsole24ore.com/art/startup-italiane-opportunita-tokyo-ACwEXjL

[28] http://www.infomercatiesteri.it/public/rapporti/r_126_giappone.pdf


Condividi il post

  • L'Autore

    Redazione

Categorie

Dal Mondo Asia Centrale Sezioni Imprenditoria Società Economia


Tag

Japan Giappone impresa aziende Società startup

Potrebbero interessarti

Image

La moda giapponese in Europa e in Italia

Irene Melinu
Image

La disputa tra pastori Fulani e agricoltori in Nigeria

Redazione
Image

Il living giapponese e italiano: quali i cambiamenti e le opportunità?

Irene Melinu
Accedi al tuo account di Mondo Internazionale
Password dimenticata? Recuperala qui