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Not-so-incognito mode: come i browser fanno la nostra conoscenza

Annunci, propaganda e fake-news: nell’era digitale la libertà di espressione ha superato la democraticità del web

La crescente attenzione dell’opinione pubblica sui temi della privacy online si sviluppa contemporaneamente ad una situazione di emergenza, per la quale il Governo rende noto la volontà di sviluppare un’applicazione utile al tracciamento dei contagi per scopi di salute pubblica. Già prima della pandemia da Covid-19 i metodi di raccolta, analisi e condivisione dei dati personali avvenivano quotidianamente, su numerose applicazioni e non solo. Indipendentemente dall'utilizzo che ne facciamo e a quali social media siamo iscritti, una caratteristica comune che tutti i possessori di uno smartphone hanno è la capacità di navigare in internet. Ciò è permesso dal fatto che, preinstallato sui telefoni con connessione ad Internet, sta un motore di ricerca detto anche browser. Quest’ultimo è un sistema che, data una query (parola chiave) indaga un database o il web e restituisce una lista dei risultati, gerarchizzandoli sulla base della loro rilevanza rispetto alla parola chiave. In alcuni casi, i proprietari dei siti pagano una somma alla compagnia del motore di ricerca per far apparire tra i primi risultati il proprio sito.

In Italia il motore di ricerca più usato dai dispositivi mobile è Google: questo perché il mercato degli smartphone è composto per l'83% da dispositivi Android, seguiti a lunga distanza dai dispositivi iOS al 16%. Idealmente, ogni volta che cerchiamo qualcosa su Internet utilizzando Google è come se gli chiedessimo di fare una ricerca per noi e di riportarci tutti i risultati che trova sulla nostra schermata. Il lavoro di Google non finisce con la visualizzazione dei contenuti secondo un elenco gerarchizzato. Numerosi dati vengono generati dal momento in cui viene aperto il motore di ricerca, per poter ottenere un efficace tracciamento di tutte le azioni effettuate: non solo per mantenere nota di tutte le ricerche fatte, ma anche quali link si sono cliccati e quanto tempo si è rimasti in una pagina. Tutto questo, ricordiamolo, solo quando si effettua una semplice ricerca in Internet, senza quindi accedere ad una piattaforma social di alcun tipo. È fondamentale quindi definire bene cosa si intende per privacy online dato questo punto di partenza.

Ora, perché alcuni motori di ricerca operano per ottenere tutti questi dati mentre altri browser si vantano di non farlo? Per comprendere ciò dobbiamo fare un passo indietro e considerare che la pubblicità su internet si può fare in molti modi, rispettando a più o meno livelli la privacy dell’utente. La metodologia che meno salvaguarda la privacy riguarda la profilazione dei singoli utilizzatori: vengono cioè raccolti tutti i dati disponibili del singolo individuo, immagazzinati e mantenuti dalle compagnie tecnologiche. Questo profilo delinea le caratteristiche e le intenzioni di acquisto dell’utente, per poi rivendere lo spazio pubblicitario destinato a quest’ultimo al privato che fa richiesta di mostrare la sua pubblicità ad una particolare tipologia di individui. È quello che più comunemente viene definito "targeting degli annunci pubblicitari". 

Diametralmente opposto il modo di fare pubblicità di alcuni motori di ricerca, che fa comparire determinati annunci pubblicitari successivamente alla nostra immissione della parola chiave. Più specificamente, nel momento in cui ricerchiamo una parola il motore di ricerca la prende, la analizza e richiama gli annunci pubblicitari più pertinenti. Una volta finita la ricerca su Internet, le informazioni ad essa correlate vengono cancellate e non mantenute dalla compagnia. In questo modo, non rimane traccia della ricerca effettuata e non è possibile creare un profilo personale con le nostre caratteristiche e preferenze.

Lo spazio pubblicitario presente sui siti viene venduto in una sorta di ‘asta’ che dura millesimi di secondo mentre la pagina viene caricata. Sulla base delle informazioni che già si hanno sulla persona che visualizzerà quella pagina di lì a poco, il venditore che vince l’asta otterrà lo spazio pubblicitario che verrà visualizzato da un utente incline a quel tipo di compere. Per fare un esempio: se un utente è donna ed interessata agli animali, in particolare ai canarini, difficilmente un venditore di attrezzi di giardinaggio sarà interessato a comprare tale spazio pubblicitario, sarà invece più interessato un negozio di animali. Un click su un annuncio pubblicitario può costare al venditore da pochi centesimi a qualche euro per singolo click, a seconda del prodotto che offre. Ecco quindi che il motore di ricerca non è più un sistema che ci mostra dei risultati data una parola chiave, ma un vero e proprio venditore di pubblicità ‘on demand’ che permette di fare decine di miliardi di profitto.

Le pubblicità sono solo la punta dell’iceberg; quando un browser ha abbastanza informazioni sull’utente sono i risultati stessi delle ricerche che vengono differenziati tra utenti diversi in base al loro genere, età e capacità di spesa. Un ulteriore fatto da considerare è che nello stesso spazio di un annuncio pubblicitario può essere messo un messaggio propagandistico politico, una fake news, se non addirittura una truffa. Difatti, la vendita dei profili ai privati avviene per gli scopi più disparati, non solo di pubblicità: grazie alla profilazione è possibile mostrare una fake news a chi è più incline a darla per vera, e viceversa non mostrarla a chi la denuncerebbe. Il problema non è solo quello che viene mostrato ma anche cosa viene nascosto, a chi e perché. Viene meno la democratizzazione informatica del web: non tutti hanno accesso allo stesso patrimonio informatico. Finiamo col ricevere risultati che sono in linea con la nostra storia, sempre più simili tra loro. Le ricerche diventano così mono-referenziali: sempre con le stesse opinioni o simpatizzanti alle preferenze che il browser riconosce come associate a noi, senza nulla di nuovo ma anzi acuendo la chiusura mentale.

La creazione è quella di una vera e propria bolla digitale nella quale rimaniamo e dove diventa sempre più difficile informarsi senza pregiudizi (bias). Questa filter bubble è ideata appositamente su ogni utente così da poter generare più traffico possibile. Quante volte rimaniamo con il nostro smartphone in mano, cercando, guardando immagini o video per poi non fare assolutamente nulla con tutte le informazioni che abbiamo visto? Quello è il traffico, e più traffico viene creato più sono alti i prezzi per gli annunci perché significa che più persone utilizzano quel motore di ricerca per tanto tempo. La filter bubble agisce anche nel reale, dove gli animi ‘radicalizzati’ nel mondo virtuale trovano il loro naturale sfogo nel dibattito democratico. Un risultato parziale del web, in linea con la nostra storia, non ci permette più di mettere in discussione le nostre idee perché queste continuano a trovare conferma quotidianamente.

Più tecnicamente, i Cookie sono i microfiles che analizzano tutto ciò che viene fatto da un utente su un sito: da cosa abbiamo cliccato a quanto tempo siamo rimasti su certi contenuti. Persino gli spostamenti vengono analizzati per offrire dei risultati più pertinenti: se utilizziamo un’applicazione per mostrare la strada più veloce da un punto ad un cinema, non è improbabile che nei giorni seguenti verremo targettizzati da annunci pubblicitari riguardanti film e siti di streaming. Accettare le impostazioni dei cookie nei siti su cui navighiamo significa dare il consenso affinché i nostri dati vengano raccolti, memorizzati, analizzati, raffinati e infine utilizzati per pubblicità e non solo. I cookie ai quali fare più attenzione riguardano il permesso a parti terze di prendere visione dei nostri dati. Facebook, Google+ e Twitter sono solo alcuni dei possibili enti ai quali abbiamo permesso di conoscere le nostre ricerche e con cui abbiamo condiviso le nostre informazioni e dati sensibili.

Esistono numerosi motori di ricerca alternativi che non profilano i propri utenti, quali DuckDuckGo, Qwant, Ecosia e molti altri. Tutti indagano il web come Google e offrono comunque annunci pubblicitari e contenuti, rispettando però un livello di privacy più alto. L’emergenza di Covid-19 ha fatto emergere una questione molto importante: la scarsa efficacia delle regolarizzazioni ed azioni del Garante per la Protezione dei Dati Personali. Fortunatamente, si stanno avanzando delle proposte in sede di Unione Europea circa le metodologie di raccolta, analisi e condivisione dei dati dalle big tech ai privati. La privacy online non riguarda soltanto ciò che vogliamo o non vogliamo condividere di noi stessi: è una cosa molto più grande del singolo utente e riguarda la Dichiarazione dei Diritti in Internet (Articolo 5). L’Unione Europea guida lo sforzo mondiale e ad oggi è la regione del mondo dove è più elevata la tutela costituzionale dei dati personali, esplicitamente riconosciuta all’Articolo 8 della Carta dei Diritti Fondamentali.


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  • L'Autore

    Andrea Radaelli

    Come si inizia una descrizione di sé stessi? Proviamo dall’inizio… sono nato il 20 ottobre 1997, fin da subito sono stato un soggetto particolarmente vivace e non sempre facile. L’aggettivo che più spesso hanno utilizzato i miei parenti, i miei amici e le persone che mi stanno accanto per descrivermi è senza dubbio ‘curioso’.

    Curioso del mondo, di come funziona e dei nostri effetti su di esso. Non solo in campo scientifico ma anche economico e geopolitico. Mi interesso di tutto ciò che ha un outcome positivo e propositivo, soprattutto nella sanità e nelle nuove tecnologie.

    Curioso per le mie opinioni molto forti e per certi aspetti critiche sulla società, che a volte diventano i miei limiti. Alcune di queste sono che la conoscenza è faticosa ma rende liberi, che l’ignoranza nell’era dell’informazione è una scelta consapevole e che l’uguaglianza (dare alle persone le stesse cose) è un paradigma da superare con l’equità (dare alle persone le stesse opportunità).

    Curioso anche per la mia personalità; ho delle idee molto ben determinate, sono un convinto ‘individualista sociale’. Cioè che ognuno di noi deve prima crescere e acculturarsi secondo le proprie inclinazioni per poi poter entrare in un gruppo di lavoro per poterlo arricchire della sua prospettiva.

    Curioso per le mie scelte, dopo le medie ho scelto un liceo ad indirizzo artistico nonostante i miei professori spingessero per un liceo classico. Durante questi cinque anni ho avuto modo di viaggiare per l’Italia e scoprire gli incredibili siti dell’UNESCO. Ho viaggiato anche in Europa nelle maggiori capitali e mi sono innamorato dell’Unione Europea. Ho compreso quanto siamo fortunati del far parte di comunità internazionale e delle straordinarie opportunità che offre. Finite le superiori, ho scelto di studiare lingue applicate all’ambito economico nel CdL di ‘Scienze per la Mediazione Linguistica e Culturale’, un’università ricca di diversità; di nazionalità diverse, di lingue diverse e di culture diverse. L’opportunità che mi sono state date dall’essere a contatto con tutta questa ricchezza mi hanno spinto a ricercare un percorso decisamente più strutturato ed innovativo; la scienza dei dati che spesso utilizzo nei miei articoli che, troppo spesso, consegno in ritardo.

    Di Mondo Internazionale mi ha colpito la potenzialità, la composizione giovane e il dinamismo. Le aree tematiche nel quale mi trovo a mio agio sono economia, sanità, ambiente e innovazione. Il progetto di ‘Tra Scienza e Conoscenza’ è quello con cui collaboro maggiormente e, soprattutto grazie alla pazienza dei miei collaboratori, mi trovo veramente bene.

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Sezioni Cybersecurity Tecnologia ed Innovazione


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