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L'impatto delle armi convenzionali avanzate sulla stabilità strategica tra potenze nucleari

Questo articolo si occupa di mettere in luce come l’equilibrio militare tra le potenze nucleari venga messo alla prova dall’avvento delle armi convenzionali avanzate sullo scenario internazionale. A tal fine, è utile fare un passo indietro. La Guerra Fredda, o meglio la competizione nucleare tra USA e URSS, è stata caratterizzata non solo da momenti difficili che hanno messo in pericolo la sicurezza globale, ma anche da un continuo tentativo di sviluppare concetti teorici che aiutassero i rispettivi apparati militari ad interpretare le reciproche mosse con l’obiettivo di disinnescare la possibilità di una guerra nucleare. 

Tali concetti teorici costituiscono i pilastri della “stabilità strategica”. Essa è sia una materia fluida, in quanto soggetta al mutamento delle politiche militari e della tecnologia nel tempo, sia una materia solida, poiché stabilisce le regole su cui si reggono gli equilibri tra potenze nucleari contrapposte.

In particolare, uno dei pilastri cruciali della stabilità strategica è la ''first-strike stability”, in virtù della quale il pericolo di una guerra nucleare è minimo se nessuno degli attori coinvolti sviluppa la capacità militare di “disarmare” l’avversario, cioè di neutralizzare in un solo colpo tutto (o quasi) l’arsenale nucleare nemico.

La credibilità della tenuta della first-strike stability è rafforzata dallo sviluppo e dal mantenimento di una “second strike capability”, ossia la capacità di condurre un attacco nucleare anche dopo averne subito uno. Lo sviluppo, da parte degli attori nucleari, di una credibile second strike capability rinforza la sicurezza internazionale poiché chi sferrerà l’attacco nucleare per primo dovrà tenere in considerazione che, in ogni caso, riceverà un attacco di ritorno.

Si può ritenere che, fino a che esisteranno armi nucleari o altre armi di distruzione di massa, dovrà anche persistere il rispetto delle regole teoriche che mantengono la stabilità strategica fra i paesi in possesso di tali armamenti. Come disse l’allora segretario alla difesa USA Robert McNamara in un discorso pubblico nel 1967: every future age of man will be an atomic age.

Attualmente si assiste ad una vera e propria erosione della stabilità strategica. Esempi sono il proliferare di infrastrutture critiche vulnerabili (come le costellazioni satellitari), lo sviluppo di armi cibernetiche per degradare sistemi di comunicazioni, nuovi sistemi d’arma anti-satellite, e, soprattutto, la crisi del sistema di controllo degli armamenti nucleari. In verità, elementi destabilizzanti la stabilità strategica si sono sempre presentati. Quella che manca oggi è la volontà politica di orientare e gestire tali elementi in un conteso che riporti gli equilibri nucleari su solide basi di sicurezza.

L’evoluzione della tecnologia militare è uno degli elementi che ha sicuramente un impatto rilevante sull’equilibrio nucleare. Sono infatti in fase di sviluppo sistemi d’arma convenzionali, come missili ipersonici a lungo raggio, droni sottomarini autonomi, missili autonomi alimentati da un motore nucleare che si sono meritati l’appellativo di ''armi convenzionali strategiche''. Fino a poco tempo fa, l’aggettivo “strategico” era riservato alle sole armi nucleari, proprio in quanto il loro uso determina effetti strategici. Senza un efficace dialogo tra gli attori nucleari su come gestire i loro rapporti di forza, gli unici strumenti attraverso cui possono comunicare sono azioni unilaterali mediante i quali si inviano reciprocamente segnali da interpretare.

Uno di questi segnali, forse uno dei più importanti, è l’inserimento delle armi convenzionali strategiche nelle dottrine militari dei tre attori nucleari più importanti al mondo, ossia Stati Uniti, Russia e Cina[1]. Tutte e tre le potenze hanno specificato che un attacco condotto con armi convenzionali strategiche può comportare una risposta nucleare, e che tali sistemi d’arma possono avere un'influenza diretta sull’equilibrio nucleare.

Nell’equilibrio nucleare vi sono delle vere e proprie “soglie” o “red lines” da non sorpassare. Queste soglie sono frequentemente individuate in categorie di bersagli che non devono essere danneggiati in nessun caso, per non rischiare di ricevere un contro attacco nucleare. In questo contesto, le armi convenzionali strategiche rischiano di sorpassare appunto queste “soglie”. Infatti, i bersagli di questi armamenti sono gli assetti difensivi centrali, come i centri di comando e controllo, stazioni radar, stazioni di telecomunicazione e altri assetti ed infrastrutture strategiche per il funzionamento della difesa avversaria. Il problema è proprio qui: i bersagli appena elencati coincidono con le cosiddette red lines nucleari.

Il rischio è che un attore utilizzi armamenti convenzionali strategici per distruggere o danneggiare gli assetti cruciali per il funzionamento della difesa avversaria, confidando sul fatto che il suo attacco convenzionale non provochi una risposta nucleare.

Uno scenario immaginario può aiutare a descrivere ancora meglio la situazione.

Si immagini un confronto convenzionale tra USA e Russia in Europa. Durante le operazioni militari gli USA distruggono le maggiori stazioni radar della Russia occidentale in modo da impossibilitare il nemico circa l’identificazione di un’ondata di attacchi missilistici in arrivo. Se fossimo nella mente di un decisore politico russo, le preoccupazioni principali sarebbero, da un lato, quella di sapere di non avere la possibilità di difendersi e, dall'altro, quella di comprendere se i missili che arriveranno sul suolo russo posseggano o meno una testa nucleare. In una situazione di questo tipo, nell’impeto del momento, una delle opzioni del decisore politico russo sarebbe quella di lanciare per primo un attacco nucleare senza aspettare l’arrivo dell'attacco.

Lo scenario immaginario è descritto al solo scopo di mettere in chiaro quali sono i pericoli derivanti dalle cosiddette armi convenzionali strategiche. I campi di battaglia odierni preferiscono forme di guerra irregolare piuttosto che un uso classico della forza, che ha lo svantaggio di essere chiaramente riconducibile ad una catena di comando alla quale imputare violazioni del diritto internazionale nonché ripercussioni di carattere politico.

Da più parti si invoca la nascita di una “Next-generation arms control”, ossia un modo del tutto nuovo di gestire i rapporti di forza tra potenze nucleari che non ponga più le sue basi sulle logiche proprie della Guerra Fredda (ormai inadatte al corrente scenario internazionale). A parere di chi scrive, un riferimento utile per la costituzione della “next generation arms control” si trova nel passato: il Trattato ABM del 1972 fu proprio stipulato per assicurare l’allora vigente stabilità strategica basata sulla Mutual Assured Destruction. Se vi sarà una “next generation arms control”, essa non dovrà avere come obiettivo solo quello di trovare modi per eliminare le armi nucleari, ma dovrà anche concentrarsi sulle necessità politiche che giustifichino la presenza di tali armamenti oggi. Sarà in base all’individuazione di queste esigenze di sicurezza che si potrà delineare un nuovo quadro di gestione della stabilità strategica condiviso dagli attori nucleari. Solo allora sarà possibile proporre trattati e altri strumenti giuridici che incidano sul diritto internazionale.

A cura di Matteo Frigoli

[1] THE MILITARY DOCTRINE OF THE RUSSIAN FEDERATION, disponibile al sito web: https://www.rusemb.org.uk/press/2029; Si veda anche “ US Nuclear Posture Review 2018”, disponibile al sito web: https://dod.defense.gov/News/Special-Reports/NPR/. Si veda anche, CHINESE ACADEMY OF MILITARY SCIENCE, The Science of Military Strategy 2013 (Military Science Press, 2013), pp.170-171.


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    Redazione

Categorie

Sezioni Sicurezza Internazionale Tecnologia ed Innovazione


Tag

International security strategic stability nuclear weapons

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Andrea Ghilardi
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