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La risposta autoritaria ungherese alla crisi del Covid-19

La recessione economica del 2008, la crisi migratoria dal 2015 e la Brexit sono state negli ultimi anni le sfide principali per il processo di integrazione europea. Oggi, l’irrompente pandemia che da febbraio ha sconvolto la vita di tutti i cittadini europei, costituisce una nuova e decisiva sfida per l’Unione Europea: tra le questioni, in particolare, è emersa la legittimità delle misure prese da alcuni Stati membri di svuotare di potere il corpo legislativo ed accentrarlo in capo all’esecutivo.


COSA È SUCCESSO IN UNGHERIA

Il 30 marzo, il Parlamento ungherese ha approvato, con 137 voti positivi e 53 negativi, l’”Enabling Act”, ovvero una riforma legislativa per il conferimento a Viktor Orbán dei pieni poteri al fine di poter governare la crisi generatasi dalla diffusione del Coronavirus.

Da un’iniziale sottovalutazione del problema posto dal Covid-19 (in origine visto come responsabilità dei migranti, conformemente alla ricorrente retorica utilizzata dal primo ministro), l’Ungheria è divenuto uno dei primi paesi a dichiarare lo stato di emergenza. La costituzione ungherese consente all’esecutivo di dichiarare tale status per una durata di 15 giorni, oltre la quale ogni estensione deve essere approvata dal Parlamento. Tale limite temporale è stato rimosso da una proposta proveniente dal Ministro della Giustizia, Judit Varga, la quale ha reso tale status sostanzialmente illimitato in assenza di un provvedimento della platea legislativa (ad oggi composta per i 2/3 da rappresentanti del partito del PM, l’Unione Civica Ungherese Fidesz).

La riforma legislativa approvata fa sì che le caratteristiche alla base di ogni democrazia vengano meno: l’esecutivo di Orbán governerà il paese praticamente senza alcuna supervisione da parte del corpo legislativo, senza possibilità di indire elezioni, disponendo della facoltà di sospendere leggi esistenti e di promuoverne di nuove per decreto, escludendo ogni scrutinio parlamentare o giudiziario.

Nonostante il Premier abbia assicurato alla nazione di voler utilizzare i pieni poteri a lui conferiti con “proporzione e razionalità”, le opinioni di chi vede in questa decisione una programmata svolta autoritaria sono numerose, all’interno e al di fuori del paese. Inoltre, genera preoccupazione come tale strategia possa essersi mossa nella consapevolezza che, in momenti di crisi come questo, la popolazione cerchi conforto stringendosi intorno al proprio esecutivo, in segno di appoggio solidale per la nazione.

Gruppi civili nazionali, organizzazioni internazionali e ONG come Amnesty International hanno manifestato la propria preoccupazione soprattutto in ragione dei connotati da tempo affiancati alla figura di Orbán: euroscettico, nazionalista, protezionista, vicino all’ideologia della destra estremista e con tendenze dai tratti autoritari. Il Consiglio d’Europa ha messo in guarda su come “uno stato d’urgenza indefinito ed incontrollato non può garantire il rispetto dei principi fondamentali della democrazia”.

LE MISURE MESSE IN ATTO DAL GOVERNO

La riforma permanente del codice penale prevede fino a 5 anni di reclusione per individui colpevoli di aver diffuso notizie false e distorte ed 8 anni per coloro che violino la quarantena. Certamente, tali misure non migliorano il già basso livello di libertà di stampa e di qualità della democrazia attribuito al paese[1]. L’Ungheria è stata inoltre accusata di aver ostacolato la pubblicazione dei dati ufficiali inerenti al numero di casi di contagio nel paese.

Tra le tante contraddittorie misure intraprese, ad aver suscitato più scalpore è la proposta di legge[2] volta ad escludere il riconoscimento legale del cambio di sesso alle persone transgender [3]. Una misura che, limitando enormemente i diritti della minoranza LGBTQ+ e non avendo alcuna connessione logica con l’emergenza sanitaria in corso, sembra comprovare le paure di chi vede in questa svolta autoritaria un allontanamento drastico dell’Ungheria dai valori democratici e di uguaglianza europei.

Il governo non solo ha arginato ogni critica, ma ha anche accusato ripetutamente l’Unione Europea di incapacità nel gestire la crisi.

I PROBLEMI CHE TALE RIFORMA FA SORGERE NEL CONTESTO DELL'UNIONE EUROPEA

L’articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea[4] stabilisce come il principio democratico sia un valore cardinale della comunità. In particolare recita:

L'Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”.

Non solo: i criteri di Copenaghen per l’adesione di nuovi Stati membri prevedono come primo principio l’esistenza di istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, lo stato di diritto, i diritti dell’uomo, il rispetto delle minoranze e la loro tutela.[5]

Tali principi non rimangono parole scritte nero su bianco nei Trattati, ma vengono resi effettivi grazie all’azione delle Istituzioni ed in particolare della Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

LA (MANCATA) RISPOSTA DELL'UNIONE

Nonostante il 17 aprile il Parlamento Europeo abbia commentato con preoccupazione le azioni intraprese dal governo ungherese, definendole totalmente incompatibili con i valori dell’Unione, un provvedimento del genere non è considerato sufficiente.

Donald Tusk, ex Presidente del Consiglio Europeo e attuale Presidente del Partito Popolare Europeo, in una lettera al PPE[6] ha condannato le azioni intraprese da Orbán ed ogni uso strumentale del potere oltre il limite democratico. Inoltre, Tusk ha espresso chiaramente la sua volontà di espellere il Primo Ministro dal gruppo dei Popolari quanto prima possibile.

Sebbene le Istituzioni siano in questo momento coinvolte nel coordinamento delle misure per il contenimento del virus e per la sopravvivenza delle economie europee, è evidente come tale questione dovrà essere quanto prima affrontata con unanime decisione da parte dell’Unione.

Uno strumento che già fu utilizzato in passato nei confronti di Ungheria e Polonia riguarda il richiamo alla clausola di sospensione espressa nell’articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea[7]. Un terzo dei paesi dell’Unione, dei membri della Commissione o del Parlamento possono proporre tale procedura al Consiglio Europeo, il quale, deliberando a maggioranza qualificata, riconosce una violazione grave dei principi fondanti dell’UE e può ricorrere alla sospensione dei diritti di adesione dello Stato membro in questione. Tuttavia, nella votazione in Consiglio, è sufficiente che un paese membro ponga il veto per terminare il provvedimento; circostanza che, nel caso dell’Ungheria, potrebbe avverarsi con l’appoggio della Polonia o della Repubblica Ceca.

Per di più, nel Settembre 2018 tale ricorso fu ritenuto da alcuni non sufficientemente efficace, il che richiederebbe alle Istituzioni di impegnarsi maggiormente nell’effettiva applicazione del provvedimento e nell’impiego di nuove misure sanzionatorie.[8]

Tra le proposte avanzate, c'è quella di un possibile taglio dei fondi finanziari destinati all’Ungheria, in particolar modo con riferimento alle diverse misure di supporto alle economie messe recentemente in atto dalle Istituzioni europee.

La convinzione di base è che la pandemia si debba affrontare in un contesto di legittimità democratica e di Stato di diritto, rendendo dunque le disposizioni che sanzionano comportamenti contrari a tali principi sempre più necessarie ed effettive. In un momento così delicato della storia dell’UE, un mancato provvedimento sanzionatorio non solo minerebbe il cardinale principio democratico su cui si fonda l’Unione, indebolendo maggiormente l’immagine di un’Europa già frammentata sotto tanti punti di vista, ma accondiscenderebbe a che altri paesi consolidino posizioni illiberali, con particolare preoccupazione per il gruppo di Visegrad.

Fonti:

[1] https://www.sgi-network.org/2017/Hungary/Quality_of_Democracy

[2] https://www.parlament.hu/irom41/09934/09934.pdf

[3] https://www.lgbtqnation.com/2020/04/hungary-mulls-bill-legally-erase-transgender-people/

[4] https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=celex%3A12012M%2FTXT

[5] https://eur-lex.europa.eu/summary/glossary/accession_criteria_copenhague.html?locale=it

[6] https://drive.google.com/file/d/1OGHKb1JBafX4gHKwBfRlHQT2D-Oa6LSm/view

[7] https://eur-lex.europa.eu/summary/glossary/suspension_clause.html?locale=it

[8] https://www.hrw.org/news/2020/04/01/hungarys-authoritarian-takeover-puts-european-union-risk


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  • L'Autore

    Giulia Geneletti

    Laureata con lode in Scienze Politiche presso l'Università degli Studi di Milano, curiosa, intraprendente e sempre motivata da nuove avventure ed esperienze. Ha svolto diverse esperienze lavorative, formative e di volontariato in Italia e all'estero. Si interessa di politiche pubbliche, relazioni internazionali, comunicazione politica, affari europei e di consulenza.
    Giulia è entrata nella community di Mondo Internazionale nel Giugno 2019 ed ha da allora ricoperto diversi ruoli sia di redazione che di direzione. Ad oggi è Direttore di Mondo Internazionale HUB, all'interno del quale ha dato vita al progetto di MIPP, l'Incubatore di Politiche Pubbliche di Mondo Internazionale.


    Graduated with honors in Political Science from the University of Milan, curious, proactive and always motivated by new adventures and experiences. She has had several work, training and volunteer experiences in Italy and abroad. She is interested in public policy, international relations, political communication, European affairs and consultancy.
    Giulia joined the Mondo Internazionale community in June 2019 and has since held various editorial and management roles. To date she is Director of Mondo Internazionale HUB, within which she gave life to the project of MIPP, the Public Policy Incubator of Mondo Internazionale.

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