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Il carcere ai tempi del Coronavirus

Una realtà sconosciuta

Il sistema carcerario è mutato nel corso dei secoli, passando da un carcere punitivo, basato su torture e umiliazioni, ad uno rieducativo, che pone al centro del trattamento il detenuto e il suo reinserimento nella società.

Secondo gli ultimi dati presentati dall’ISTAT, l’Istituto Nazionale di Statistica, nel febbraio 2020 nelle carceri italiane erano presenti 61 230 detenuti, di cui le donne rappresentano una quota nettamente minoritaria pari al 4,4%; mentre gli stranieri costituiscono il 32,4%.
Quanto poi alla tipologia dei reati commessi, prevalgono i reati contro il patrimonio, i reati contro la persona e i reati relativi alla droga.

Carcere e Covid-19

A causa dell’emergenza sanitaria da Coronavirus, all’interno degli istituti penitenziari vi sono state rivolte occasionate da un esplosione di notizie che, per sensibilità e instabilità emotiva di chi vive in carcere, da un lato hanno alimentato la paura di contrarre il virus negli ambienti chiusi, sovraffollati e con precarie condizioni igieniche; dall’altro, le limitazioni imposte ai detenuti per prevenire la diffusione del virus, cioè la sospensione dei permessi premio e del regime di semilibertà e lo stop all’ingresso dei familiari o persone care ai detenuti per i colloqui fino al 31 maggio 2020, hanno instaurato un clima pesante. Le rivolte hanno coinvolto circa 6000 detenuti (il 10% della popolazione penitenziaria) e hanno portato alla morte di 13 detenuti e al ferimento di 40 agenti della polizia penitenziaria, oltre che alla devastazione di diversi istituti, come quello di Modena, e all’evasione a Foggia di decine di carcerati, alcuni dei quali sono ancora ricercati. La decisione presa dal Ministero ha scatenato la rabbia di chi ha pensato che questa fosse l’ennesima limitazione dei propri diritti.

Le motivazioni dietro queste azioni sono, in parte, problemi intrinsechi nel sistema penitenziario che si uniscono a problemi ‘nuovi’, che si instaurano di fronte a una pandemia.

1) Il sovraffollamento 
Le carceri italiane soffrono di un endemico sovraffollamento. Nel periodo compreso tra il 1993 e il 2006 la popolazione penitenziaria oscillava intorno alle 50 000 unità, con una punta di oltre 60 000 nel 2006. Dopo una temporanea contrazione, dovuta all’indulto adottato quell’anno, la popolazione penitenziaria è tornata rapidamente a crescere, fino a superare quota 68 000 nel 2010; all’epoca, la capienza regolamentare degli istituti italiani ammontava a circa 45 000 unità: il tasso di sovraffollamento era dunque pari al 151%.
Questa situazione ha portato a due condanne contro il nostro Paese, nel 2009 e nel 2013, da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per violazione del divieto di pene inumane o degradanti ex art. 3 CEDU. Queste ultime hanno indotto l’Italia ad adottare, negli ultimi anni, una serie di interventi di contrasto al sovraffollamento carcerario: si è realizzato un modesto aumento della capienza regolamentare degli istituti penitenziari (passata da 45 000 unità nel 2010 a 50 931 unità nel 2020), ma soprattutto si è cercato di ridurre gli ingressi in carcere e di favorire le uscite.
Per tutelare i diritti del detenuto, in accordo ad una prescrizione contenuta nella sentenza Torreggiani della Corte Edu, il legislatore con il d.l. n.146/2013 ha introdotto una procedura di reclamo giurisdizionale accessibile ai detenuti in presenza di un attuale e grave pregiudizio all’esercizio dei diritti riconoscibili dalla normativa penitenziaria. Inoltre, con una riforma realizzata nel 2014, il legislatore ha previsto un rimedio risarcitorio a beneficio del detenuto che sia stato per almeno 15 gg. in condizioni incompatibili con l’art.3 CEDU.
Tuttavia, il tasso di sovraffollamento è tornato ben presto a salire. Il sistema penitenziario sta, dunque, nuovamente precipitando.
In questo preciso momento storico, si vietano e sono severamente puniti gli assembramenti nella società dei liberi quando, in carcere, i detenuti vivono ammassati in meno di 3 mq per persona. Per quanto tempo si chiuderanno gli occhi davanti ad un problema, oggi più che mai, drammatico?

2) La sovrarappresentazione dei tossicodipendenti

Circa il 25% dei detenuti è tossicodipendente, si tratta di persone che necessitano di cure perché hanno sviluppato assuefazione a sostanze stupefacenti e che, nel corso delle rivolte, sono arrivati ad assaltare i locali infermieristici per procurarsi metadone e oppioide sintetico (utilizzato come sostituto perché produce gli effetti farmacologici simili a quelli delle sostanze stupefacenti).

3) I ‘nuovi’ problemi 

Tra i nuovi problemi vi è una preoccupante fragilità del sistema penitenziario, sotto il profilo della capacità di garantire condizioni di sicurezza e dell’ordine pubblico all’interno e all’esterno degli istituti. Si aggiunge anche che la polizia penitenziaria nel 2016 ha subito un taglio lineare del proprio organico da 45000 a 41000 unità; lo stesso dicasi per gli operatori socio-pedagogici, amministrativi, di tutti gli altri profili dell’amministrazione penitenziaria ed infine del personale medico e paramedico.

In conclusione, le condizioni di vita in carcere sono lontane da accettabili standard di umanità e questo è evidenziato, fra l’altro, dall’andamento dei suicidi nella popolazione penitenziaria, che negli ultimi anni ha conosciuto una crescita vertiginosa: in tre anni, il numero dei suicidi è aumentato del 60%.

Quali sono i diritti dei detenuti?

Per prima cosa chi è sottoposto a detenzione viene gravemente limitato della propria libertà personale.
Il detenuto conserva, tuttavia, la titolarità di alcuni diritti: il principio della pari dignità sociale ed il principio personalistico (art. 2 Cost.), i quali impediscono di considerare il carcere come luogo in cui vige un regime estraneo rispetto alle garanzie fondamentali assicurate dallo Stato. I detenuti hanno anche il diritto a ricevere un trattamento rieducativo individualizzato, assicurato dall’art.27 comma 3 Cost.: ‘’le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato‘’.

Vi sono poi i diritti riconosciuti da altre norme della Costituzione e che lo Stato, in virtù dell’art. 2 Cost. deve assicurare ad ogni persona, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità.

Diritto alla famiglia (artt. 29 e 31 Cost.):

Tale diritto per il detenuto si intende come diritto al mantenimento delle relazioni familiari ed affettive, attuato attraverso i colloqui visivi e la corrispondenza, telefonica e postale. Il detenuto ha anche il diritto di indicare, in caso di decesso o grave infermità, quali sono i familiari a cui vuole che sia data notizia tempestivamente dell’evento ed in relazione ai quali vuole ricevere le medesime notizie. In caso di grave infermità o decesso di un proprio familiare, il detenuto può richiedere un permesso per visitare il familiare stesso.

Diritto alla salute (art.32 Cost.):

Il diritto alla salute è un diritto fondamentale, il quale va assicurato ad ogni persona indipendentemente dalla condizione di libertà o detenzione. La disciplina fondamentale della sanità penitenziaria è collocata all’art. 11 della legge n. 354/1975, che in particolare prevede: un servizio medico e un servizio farmaceutico rispondenti alle esigenze preventive e di cura della salute dei detenuti e degli internati; almeno uno specialista in psichiatria; il trasferimento in ospedali civili o in altri luoghi esterni di cura dei condannati e degli internati che necessitino di cure o accertamenti diagnostici non effettuabili in istituto; la collaborazione dell’amministrazione penitenziaria con i pubblici sanitari locali, ospedalieri ed extra ospedalieri, d’intesa con la Regione e secondo gli indirizzi del Ministero della Sanità.

Diritto allo studio e all’istruzione (art. 34 Cost.):

Tale diritto è trattato dall’ordinamento penitenziario come "elemento del trattamento", cioè come un'opportunità di rieducazione e risocializzazione (art.15 ord. penit.) e non come diritto dei detenuti. In realtà, l’art. 34 comma 1 della Costituzione è abbastanza chiaro nell’affermare che “la scuola è aperta a tutti”, riconoscendo che il diritto all’istruzione è di tutti, indipendentemente dalle condizioni di ciascuno. L’art. 19 ord. penit. dispone che negli istituti di pena la formazione culturale è curata "mediante l’organizzazione di corsi della scuola dell’obbligo".

Diritto a professare la propria fede, di “istruirsi” nella propria religione e di praticarne il culto (art. 26 ord. penit.):

Negli istituti penitenziari viene assicurata la celebrazione del culto cattolico e la presenza di almeno un cappellano. Dall'altra parte, detenuti e gli internati di altre religioni hanno il diritto di ricevere, su richiesta, l’assistenza dei ministri del proprio culto e di celebrarne i riti, purché siano compatibili con l’ordine e la sicurezza, non si esprimano in comportamenti molesti per la comunità e non siano contrari alla legge.

Conclusione

Prevenire il contagio in carcere, a tutela dei detenuti e di chi vi lavora, è tutt’altro che facile per via delle condizioni di sovraffollamento e di vita nelle nostre strutture detentive. Le disposizioni dei diritti fondamentali a confronto con la realtà del "pianeta-carcere" ci lascia perplessi e dubbiosi sull’effettiva esecuzione penale rispettosa dei diritti umani. Nella maggior parte degli istituti penitenziari italiani i detenuti sono sottoposti a trattamenti inumani e degradanti. Vi è dunque una difficoltà nel garantire la tutela dei diritti, soprattutto del diritto alla salute. Occorre dunque fare propria una visione del trattamento penitenziario-rieducativo non solo come strumento per il reinserimento del recluso nella società, bensì come estensione della società e dei suoi principi nell’ambiente carcerario, in modo da comportare il minor sacrificio possibile dei diritti essenziali. La garanzia del diritto alla salute, anche a chi ha sbagliato e sta scontando una pena, è il modo giusto per sentirsi parte di una comunità e affrontare con meno paura il futuro.


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  • L'Autore

    Maria Cristina Prisco

    Maria Cristina Prisco nasce il 4 Maggio 1999 a Milano. Dopo aver conseguito il diploma di liceo scientifico presso l’istituto Galileo Galilei di Legnano, ad ottobre 2018 inizia il suo percorso universitario in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, che le permette di avere una conoscenza ampia di diritto: una passione e un mondo che da sempre l’affascina. Ha svolto attività di volontariato come educatrice e animatrice presso l’oratorio di San Magno a Legnano.

    Mondo Internazionale è una realtà di giovani ragazzi ambiziosi e curiosi di conoscere e imparare. Incuriosita dal progetto, a settembre 2019 diventa associata di Mondo Internazionale per poter fare esperienze pratiche relative al suo campo di studio.

    Il suo obiettivo professionale è quello di diventare avvocato con particolare riferimento al diritto penale e, più precisamente al diritto commerciale e diritto dell’informazione.

    All’interno dell’associazione ricopre la carica di Vice Responsabile del progetto ‘’Legalytics‘’ e fa parte del team di Consulenza Legale.

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Temi Diritti Umani Società


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#carcere #coronavirus #Diritti #famiglia #religione #covid19 #salute #rivolte

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